
Forest City, la Malaysia indaga sulla scuola tech: “Nessun israeliano sarà tollerato”
Ispezione su 266 stranieri dopo le accuse di presenza di cittadini israeliani con doppio passaporto. Anwar Ibrahim minaccia espulsioni immediate, mentre lo sviluppatore cinese promette piena collaborazione.
Il Dipartimento per l’Immigrazione della Malaysia ha condotto un’ispezione su 266 cittadini stranieri provenienti da quaranta Paesi all’interno della “Network School”, comunità residenziale e di co-working fondata dall’ex dirigente di Coinbase Balaji Srinivasan a Forest City, nello Stato di Johor. Secondo quanto comunicato dalle autorità di Kuala Lumpur, tutti gli individui controllati possiedono documenti di viaggio validi, ma le indagini proseguono per verificare il pieno rispetto delle norme sull’ingresso e di eventuali violazioni dell’Immigration Act. L’operazione, condotta insieme alla polizia, all’autorità locale e all’ente per le comunicazioni, è scattata dopo le denunce circolate sui social media circa la possibile partecipazione di cittadini israeliani muniti di passaporto di un secondo Paese, in un territorio che non riconosce lo Stato di Israele e vieta l’accesso ai titolari di passaporto israeliano.
La posizione del governo federale è stata ribadita dal Primo Ministro Anwar Ibrahim: “Se ci sono israeliani, poiché non riconosciamo Israele, saranno espulsi immediatamente”. Fonti dell’esecutivo malese sottolineano che tutte le agenzie, incluso il Ministero dell’Istruzione Superiore, sono mobilitate per chiarire la natura giuridica della scuola – che non rilascia titoli formali – e per accertare eventuali abusi di identità o di permessi di soggiorno. Il Menteri Besar di Johor, Onn Hafiz Ghazi, aveva sollecitato un’inchiesta federale, esprimendo il timore che il complesso residenziale potesse diventare una base per attività contrarie alla sovranità nazionale. Lo sviluppatore cinese Country Garden Pacificview, che ha realizzato la mega-urbanizzazione su terreni strappati al mare per un investimento complessivo di cento miliardi di dollari, ha dichiarato “tolleranza zero” verso ogni violazione e si è impegnato a fornire tutta la documentazione richiesta.
La vicenda mette in luce la tensione tra l’apertura malese alle comunità nomadi digitali – la scuola, descritta dal fondatore come “una Silicon Valley fuori dalla Silicon Valley”, chiede una retta superiore ai seimila ringgit mensili – e la rigidissima postura geopolitica di Kuala Lumpur sulla questione palestinese. Secondo analisti del Sud-est asiatico, il caso Forest City riattiva il dibattito sull’uso di passaporti secondari da parte di cittadini israeliani, pratica non esplicitamente vietata dalla legge malese ma che, se accertata, configurerebbe una violazione delle condizioni di ingresso. La Malaysia, Paese a maggioranza musulmana senza relazioni diplomatiche con Tel Aviv, nega l’accesso ai titolari di passaporto israeliano dal 1974, ma non ha mai introdotto un divieto specifico per chi viaggia con documenti di un’altra nazionalità.
Le verifiche, coordinate dal Ministero dell’Interno, si concentrano ora su possibili irregolarità nei visti e sull’identità dei partecipanti. Il direttore generale dell’Immigrazione, Zakaria Shaaban, ha assicurato che ogni nuovo elemento emerso sarà oggetto di approfondimento e che il dipartimento “non scenderà a compromessi” su abusi delle strutture migratorie. Il Ministero dell’Istruzione Superiore è atteso nei prossimi giorni a fornire chiarimenti sullo status legale della Network School, mentre le agenzie di sicurezza continuano a incrociare le banche dati. L’esito dell’inchiesta federale, avviata su impulso del governo statale di Johor, definirà se la comunità tech potrà proseguire le attività o se scatteranno i primi provvedimenti di espulsione.
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| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
Il primo ministro malese Anwar Ibrahim parla a nome della nazione: nessun israeliano sarà tollerato, la sovranità è inviolabile.
La narrazione si costruisce ripetendo la dichiarazione ufficiale come un fatto indiscutibile, trasformando un'ispezione di routine in una prova di fedeltà nazionale.
Non viene menzionato che i documenti dei residenti sono risultati validi, né che il fondatore è un ex dirigente di Coinbase, elementi che ridimensionerebbero la portata della presunta violazione.
Il dipartimento dell'immigrazione malese conferma la regolarità dei documenti, senza commenti politici.
La notizia viene incorniciata come un aggiornamento burocratico, evitando qualsiasi giudizio sulla posizione malese verso Israele e riducendo la tensione a una questione di conformità documentale.
Non viene riportata la minaccia di espulsione immediata del premier Anwar, né la posizione di non riconoscimento di Israele, elementi che darebbero un tono più conflittuale alla vicenda.
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