La parola che apre il mondo: da un risciò a Calcutta alle battaglie per dare nome alla vita
Dall'incontro che rivelò uno scrittore analfabeta al dibattito sull'écriture inclusive e sul sesso biologico, un viaggio nel potere delle parole di definire, escludere e liberare.
In una Calcutta afosa di fine Novecento, un uomo che tirava il risciò per sopravvivere si sentì chiedere da una passeggera anziana, sari e occhiali spessi, il significato della parola jijivisha: l’ostinata volontà di vivere. Lui, Manoranjan Byapari, ex rifugiato e poi naxalita, non sapeva né leggere né scrivere, ma quella domanda accese qualcosa. La donna, prima di scendere, gli mise in mano un biglietto con un indirizzo e una firma: Mahasweta Devi. Poche settimane dopo Byapari teneva tra le dita la sua prima penna. Non è un aneddoto edificante, ma la prova fisica di come una parola, scambiata nel luogo più precario, possa ribaltare un destino.
Nel centenario della nascita di Mahasweta Devi, quell’incontro condensa il senso di una vita in cui la scrittura non è mai stata esercizio solitario ma «attivismo», come lei stessa lo chiamava: un annegare nella lingua fino a farsi possedere dallo spirito dei personaggi, lasciando che fossero loro a sognare la propria strada. La sua eredità più duratura, osservano oggi in India, non sta solo negli oltre cento libri e nei racconti come La nutrice (Breast-Giver), dove il seno di una brahmina povera diventa puro strumento di lavoro in una società quasi feudale, ma nei movimenti tribali che ha contribuito a costruire. I Kheria Sabar del Purulia, una comunità denotificata che il Raj britannico bollò come «criminale dalla nascita», la chiamano ancora Maa. Dopo la morte per tortura di Budhan Sabar nel 1998, fu la sua penna a scrivere al presidente della Corte suprema di Calcutta per chiedere una seconda autopsia, trasformando un caso insabbiato in una ferita collettiva.
Quella stessa tensione tra parola e potere attraversa, con altre grammatiche, il dibattito che in Francia ha diviso l’Accademia e le aule universitarie. Una maîtresse de conférences racconta di aver a lungo resistito a definirsi «autrice», aggrappata a un «auteur» che le sembrava neutro e più dignitoso, lontano dalle risonanze ambigue di «maîtresse». Poi ha riconosciuto in quella resistenza un riflesso inconscio, lo stesso che spinse Hélène Carrère d’Encausse a esigere di essere chiamata «Le secrétaire perpétuel». «Autrice suona male solo perché non ci siamo abituati», ha concluso. È la stessa dinamica che Mahasweta Devi applicava ai margini della società: dare un nome a chi ne era privo significa prima di tutto vincere l’estraneità dell’orecchio.
Oltre Atlantico, la contesa si è spostata sul corpo. La presidente dell’American Anthropological Association, Carolyn M. Rouse, ha dichiarato in una lunga intervista che l’idea di due sessi biologici è «fattualmente scorretta», aggiungendo di non capire perché qualcuno ci tenga tanto. Peccato, ha fatto notare la cronista, che un sondaggio del 2022 tra antropologi forensi mostri come il 42,4% degli intervistati ritenga il sesso una categoria binaria. Rouse ha liquidato quei professionisti come semplici «coroner senza studi avanzati». Negli ambienti accademici americani, la sua uscita è stata letta come il sintomo di una disciplina che, invece di studiare le credenze altrui con curiosità, preferisce dichiararle incomprensibili e indegne di dibattito.
Forse non è un caso che una rubrica di consigli del Washington Post, ripresa con interesse dalla stampa russa, abbia risposto alla domanda di una cinquantenne che, dopo il divorzio, temeva di avere «troppo sesso» nella sua vita. Il columnist le ha detto che un eccesso non esiste, ma l’ha invitata a osservare se il pensiero del sesso diventasse ossessivo o le impedisse di coltivare altre passioni. Anche qui, la posta in gioco è la parola con cui una donna nomina il proprio desiderio, e la possibilità di liberarsene. In fondo, ciò che unisce il risciò di Calcutta, i boschi del Purulia, un’aula parigina e un questionario forense è la stessa jijivisha: l’ostinazione a trovare le parole giuste per dire chi siamo, e a non permettere che siano altri a sceglierle per noi.
| Stampa indiana e sudasiatica | +1.00 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.80 | critical |
| Stampa russa e CSI | +0.20 | neutral |
Mahasweta Devi ha aperto il mondo con le sue parole, dando voce agli ultimi e lottando per la loro libertà.
Raccontando l'incontro con il risciò e la sua eredità, si costruisce un'immagine di eroina letteraria e attivista, rendendo la sua storia esemplare.
La dimensione controversa delle battaglie per il nome (come il dibattito sulla scrittura inclusiva e la definizione di sesso) è assente, il che rafforza l'immagine armoniosa dell'eredità di Devi.
L'autrice ha superato la resistenza iniziale e ora accetta 'autrice', riconoscendo il valore della femminilizzazione.
Narrando il percorso personale, si normalizza il cambiamento linguistico come evoluzione naturale.
Il contesto più ampio delle lotte per il nome, come quelle di Mahasweta Devi per i diritti adivasi e il dibattito sul sesso binario, è assente, il che riduce la portata politica del tema.
La presidente dell'AAA non capisce la posizione che respinge, e la sua ignoranza minaccia la scienza.
Usando il tono accusatorio e l'autorità scientifica, si delegittima l'avversario come incompetente.
La prospettiva personale e letteraria del dare nome alla vita, come nell'esempio di Mahasweta Devi e la femminilizzazione del linguaggio, è omessa, il che polarizza il dibattito senza sfumature.
La donna non deve preoccuparsi della quantità di sesso; l'importante è la salute e la felicità.
Rassicurando con autorità, si riduce l'ansia sociale e si individualizza il problema.
Le dimensioni politiche e culturali del naming, come l'attivismo di Mahasweta Devi e la scrittura inclusiva, sono assenti, il che individualizza il problema sessuale.
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