
Venezia 2026: il cinema indipendente, le rockstar e il respiro del mondo
Dalla prima regista del Bangladesh in concorso al documentario sugli Oasis, la Mostra intreccia storie personali e memorie pop, mentre Hollywood arretra.
Poche ore prima che la lista ufficiale venisse svelata, Rubaiyat Hossain aveva sussurrato ai giornalisti di Dhaka: «Ora potete scrivere». La regista bengalese, abituata a coltivare i propri progetti nel silenzio, aveva tenuto per mesi la notizia sigillata tra le mura della sua casa, dove aveva anche girato gran parte del film. Poi, il 23 luglio, dal palco della Mostra del Cinema di Venezia, il nome di «The Difficult Bride» è risuonato nella sezione Orizzonti, segnando un ingresso storico: mai un lungometraggio del Bangladesh era stato selezionato in una competizione della rassegna lagunare.
La 83ª edizione della Mostra, in programma dal 2 al 12 settembre, si presenta con una fisionomia inedita. Come già accaduto a Cannes, i grandi studios americani hanno ridotto la loro presenza, spingendo il direttore Alberto Barbera a puntare con decisione sul cinema d’autore e sulle produzioni indipendenti. Lo conferma una line-up che mette in fila nomi come Martin McDonagh, Werner Herzog, Hirokazu Kore-eda e Danny Boyle – il cui «Ink» aprirà il festival con Guy Pearce nei panni di Rupert Murdoch – accanto a opere prime e voci da paesi meno frequentati. L’Iran, ad esempio, porta due film: «A Little Light» di Ali Asgari nel concorso principale e «The Guardian» di Mohsen Gharaei in Orizzonti, a conferma di una vitalità che resiste oltre le frontiere politiche.
Accanto al cinema, Venezia si prepara ad accogliere una massiccia dose di nostalgia musicale. Il documentario «Don’t Look Back in Anger» ripercorrerà il burrascoso rapporto tra Liam e Noel Gallagher, sbarcati sul Lido con il carico di voci e smentite che ha accompagnato la reunion degli Oasis. Proprio nelle stesse ore, Liam Gallagher ha gelato i fan: «Niente nuovo album, solo concerti», ha scritto sui social, prendendo in giro le aspettative di chi attendeva un seguito di «Dig Out Your Soul» dal 2008. E mentre Louis Tomlinson, a migliaia di chilometri di distanza, celebrava su X i sedici anni degli One Direction con un pensiero per l’amico scomparso Liam Payne, la notizia che le Destiny’s Child avrebbero rimasterizzato vecchi remix ha aggiunto un ulteriore tassello a un panorama in cui il passato pop chiede ostinatamente di essere riscritto.
Per Rubaiyat Hossain, tuttavia, il presente ha il sapore di una conquista intima. «The Difficult Bride» è nato dal lutto e dalla malattia, girato nella sua abitazione con il sostegno della Fondazione Prada – un’istituzione italiana che ha visto nel progetto una forza singolare. A Venezia, la regista porta una storia di emancipazione femminile e personale, in linea con un percorso che, dal corto «720 Degrees» nel 2010 a oggi, l’ha resa una figura centrale del nuovo cinema bengalese. Dopo che «Rehana Maryam Noor» di Abdullah Mohammad Saad era approdato a Cannes due anni fa, la selezione veneziana segna un altro passo per una cinematografia che, secondo gli addetti ai lavori di Dacca, sta trovando una voce riconoscibile oltre i confini.
Sul red carpet del Lido, quindi, non sfileranno solo le star hollywoodiane diradate ma anche registi venuti dall’altra parte del mondo, rockstar in cerca di tregua e produttori che hanno scommesso su storie senza patria. In questo crocevia, dove l’eco dei successi passati si mescola alla ricerca di forme nuove, l’immagine forse più eloquente è quella di una donna del Bangladesh che, dopo aver combattuto contro il silenzio, osserva il proprio nome proiettato sullo schermo più antico del mondo.
| Stampa latinoamericana | +0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | +0.70 | aligned |
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
| Stampa iraniana e affini | +0.10 | neutral |
Il festival di Venezia abbraccia il cinema indipendente e la nostalgia pop, celebrando un momento culturale in cui il pubblico cerca nuove voci e ricordi rassicuranti.
Accostando eventi apparentemente diversi (Harry Styles, Oasis, cinema indipendente) come manifestazioni di una stessa tendenza culturale, si crea un'impressione di coerenza e inevitabilità.
L'attenzione all'industria e alla nostalgia trascura le rappresentanze nazionali specifiche, come i film iraniani e bengalesi.
Il cinema bengalese fa il suo ingresso storico a Venezia, dimostrando che il talento locale merita un palcoscenico mondiale.
Concentrandosi su un singolo film nazionale e presentandolo come una prima volta storica, il discorso trasforma un singolo evento in un simbolo di riscatto nazionale.
Il contesto generale del festival e gli altri film in concorso vengono tralasciati per concentrarsi sul singolo film nazionale.
Le voci su nuovi album vengono smentite, mentre i vecchi successi rivivono attraverso remix: il festival è solo uno sfondo per notizie musicali.
Selezionando solo le notizie musicali più controverse o nostalgiche e ignorando la programmazione cinematografica, si sposta l'attenzione dal festival alla musica.
La programmazione cinematografica del festival è completamente assente, sostituita da notizie musicali.
La lista dei film di Venezia è completa e include le opere iraniane, a conferma del ruolo del festival come vetrina globale.
La semplice enumerazione dei titoli, con particolare enfasi sulle presenze iraniane, costruisce un'immagine di partecipazione e riconoscimento internazionale.
La narrazione di un cambio di paradigma verso il cinema indipendente e la nostalgia pop, presente in altre letture, viene ignorata.
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