
La giacca di pelle del CEO di Nvidia, reliquia dell’era AI, vola a quasi un milione di dollari
Da indumento di scena a feticcio da collezione: il capo iconico indossato da Jensen Huang a Taipei ha scatenato 45 pretendenti, superando di sedici volte le stime della vigilia.
Sul palco della SIGGRAPH 2024, Jensen Huang si sfilò la giacca di pelle nera e la porse a Mark Zuckerberg. Il fondatore di Meta la afferrò ridendo, poi ricambiò il gesto con un proprio giaccone in un improvvisato scambio di maglie da atleti del tech. «Questa ora vale di più, perché è usata», scherzò Zuckerberg, indicando il capo appena ereditato. Pochi mesi dopo, quella battuta si è trasformata in una profezia di mercato: un’altra giacca del CEO di Nvidia, indossata durante un evento con Foxconn a Taipei nel 2023, è stata battuta da Sotheby’s a New York per 960mila dollari, sedici volte la stima massima di 60mila dollari.
Quarantacinque collezionisti hanno animato l’asta, facendo lievitare il prezzo di un capo che al dettaglio costa meno di diecimila dollari. La casa d’aste ha descritto l’oggetto come «un pezzo iconico legato ad alcuni dei momenti più importanti della tecnologia moderna e a una figura emblematica dell’era dell’intelligenza artificiale». Il ricavato sarà devoluto all’Edge Institute, organizzazione no-profit che promuove innovazione attraverso borse di studio e programmi di residenza.
La giacca di pelle è diventata per Jensen Huang ciò che il dolcevita nero fu per Steve Jobs o la felpa grigia per Mark Zuckerberg: un’uniforme che trascende la funzione per farsi immediatamente riconoscibile, quasi un logo incarnato. Da quasi vent’anni, Huang appare in pubblico con varianti dello stesso capo, spesso firmato Tom Ford, dichiarando in un podcast del 2023 che a scegliere i suoi abiti sono la moglie e la figlia. La copertina del Time nel 2021 lo ha ritratto proprio con la sua giacca nera, consacrandola a emblema di un’epoca in cui i semiconduttori hanno raggiunto lo status di bene strategico globale.
L’asta newyorkese segna un punto di svolta nel collezionismo legato alla tecnologia: non più soltanto prototipi, computer vintage o cimeli della Silicon Valley, ma anche gli oggetti personali dei protagonisti di questa stagione. Secondo gli analisti del mercato americano, la corsa al rialzo riflette la volontà di possedere un frammento fisico di un’era dominata dall’intangibile, un artefatto che racconta la parabola di Nvidia da azienda di chip grafici a società dal valore più alto al mondo. «La risposta dei collezionisti ha superato ogni nostra più alta aspettativa», ha dichiarato Brahm Wachter, responsabile dei modern collectibles di Sotheby’s.
La giacca, firmata e indossata da Huang, lascia ora la sala d’asta per entrare in una collezione privata, portando con sé l’eco di una battuta scambiata su un palco e il sudore di una presentazione a Taipei. Un oggetto che, nel suo passaggio di mano, ha smesso di essere un semplice indumento per diventare la traccia materiale di un’ossessione collettiva, il rovescio in pelle di un’epoca fatta di silicio e algoritmi.
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La giacca di Jensen Huang è un'icona dell'era dell'IA, e il suo prezzo da capogiro ne è la prova.
Confrontando Huang con Steve Jobs e Mark Zuckerberg, si normalizza l'alto prezzo come parte del culto della personalità tech.
Non viene menzionato che il ricavato è destinato a un'organizzazione no-profit, concentrandosi solo sull'aspetto celebrativo.
L'asta della giacca di Jensen Huang non riguarda solo un capo di moda; riguarda come la tecnologia può generare risorse per il bene sociale.
Evidenziando la destinazione filantropica dei proventi, la narrazione sposta l'attenzione dal culto della personalità alla responsabilità sociale.
Non menziona il confronto con Steve Jobs e lo status iconico, concentrandosi solo sull'aspetto benefico.
La giacca è un simbolo del culto della personalità nel mondo tech, e il prezzo d'asta mostra quanto possa valere un tale simbolo.
Paragonando Huang a Steve Jobs e Mark Zuckerberg, il prezzo elevato viene normalizzato come parte naturale della cultura delle celebrità tecnologiche.
Non menziona che i proventi vanno a un'organizzazione benefica, il che potrebbe cambiare l'interpretazione dell'asta.
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