
Ebola, il Canada chiude le frontiere ai viaggiatori dal Congo
Divieto d’ingresso per gli stranieri che hanno soggiornato nella RDC, quarantena per i cittadini. La mossa sfida le raccomandazioni dell’OMS mentre l’epidemia accelera.
A partire da lunedì notte, il Canada vieterà l’ingresso a qualsiasi cittadino straniero che abbia messo piede nella Repubblica Democratica del Congo negli ultimi ventuno giorni. La misura, annunciata dall’Agenzia per la salute pubblica canadese, si accompagna all’obbligo di quarantena di tre settimane già in vigore per canadesi, residenti permanenti e membri delle Prime Nazioni di ritorno da Congo, Uganda o Sud Sudan. Il provvedimento, che resterà in vigore fino al 29 agosto 2026, arriva mentre l’epidemia di Ebola nella RDC ha superato i 2.200 casi e le 890 vittime, con un tasso di letalità del 39,4% secondo i dati del ministero della Sanità congolese.
La decisione di Ottawa si basa su una logica precauzionale: «limitare l’ingresso di cittadini stranieri può ridurre i rischi per la salute pubblica dei canadesi», ha dichiarato l’agenzia, sottolineando che al momento non si registra alcun caso importato nel Paese. Tuttavia, la mossa contravviene alle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che sconsiglia restrizioni ai viaggi perché generano stigmatizzazione e possono ostacolare il controllo delle epidemie. L’OMS stima come «basso» il rischio di diffusione internazionale, ma il ceppo Bundibugyo all’origine del focolaio – per il quale non esistono vaccini né terapie approvate – sta correndo «più rapidamente di tutte le epidemie precedenti», ha avvertito il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Il Canada non è il solo ad adottare una linea dura: gli Stati Uniti hanno recentemente imposto ai propri cittadini di trascorrere ventuno giorni di quarantena in un Paese terzo prima di rientrare dal Congo. Secondo le autorità nordamericane, il traffico aereo tra i due Paesi è modesto – circa mille viaggiatori al mese, per il 40% canadesi – e storicamente le epidemie congolesi non hanno mai generato casi importati in Canada. La misura, tuttavia, rischia di alimentare la percezione di un pericolo sproporzionato, come denunciato dalle comunità africane che già si sentono oggetto di «sospetti ingiusti».
L’epidemia in corso, la terza più grave mai registrata dopo quella dell’Africa occidentale del 2014-2016 e quella del Congo orientale del 2018-2020, ha ormai coinvolto cinque province congolesi e sconfinato in Uganda, dove l’ultimo paziente è stato dimesso la scorsa settimana. Con un tasso di rintracciamento dei contatti all’83,6%, la risposta sanitaria resta fragile. Il prossimo snodo sarà la verifica dell’efficacia delle barriere canadesi: se nessun caso importato emergerà nelle prossime settimane, la pressione per un allentamento delle restrizioni potrebbe crescere, ma l’assenza di un vaccino per il ceppo Bundibugyo mantiene alta la guardia a Ottawa come a Washington.
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Il Canada protegge i propri confini e la salute pubblica con decisioni tempestive.
Il resoconto presenta le misure come una risposta razionale e necessaria, senza discutere la loro efficacia o le implicazioni per la RDC.
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