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Geopolitica e Politicagiovedì 2 luglio 2026

Minori e social media: la corsa globale ai divieti e la soglia comune che l’Europa prepara

Dall’Australia all’Argentina, i governi impongono limiti d’età e verifiche, mentre Bruxelles annuncia per settembre una proposta di regolamento unico per i Ventisette, tra timori per la privacy e il rischio di elusione.

La Commissione europea si appresta a proporre un’età minima comune per l’accesso dei minori alle piattaforme social. Secondo fonti comunitarie, la presidente Ursula von der Leyen annuncerà l’iniziativa il 16 settembre, durante il discorso sullo stato dell’Unione, sulla base delle raccomandazioni di un gruppo di esperti attese per il 13 luglio. L’età esatta non è ancora stata decisa, ma il Parlamento europeo ha già invitato a fissare la soglia a 16 anni. La mossa di Bruxelles intende prevenire la frammentazione normativa: Francia, Spagna, Germania e Grecia stanno già elaborando restrizioni nazionali, e un quadro comune eviterebbe che le piattaforme si trovino di fronte a obblighi divergenti all’interno del mercato unico. Per l’Italia, che finora non ha adottato divieti specifici, la proposta rappresenterebbe un vincolo sovranazionale, inserendosi in un dibattito pubblico già acceso sull’uso precoce degli smartphone.

L’iniziativa europea è l’ultimo tassello di una tendenza globale innescata dall’Australia, che nel dicembre 2025 ha vietato per legge l’uso dei social agli under 16. Il Regno Unito ha annunciato un divieto analogo per l’inizio del 2027, mentre il Canada ha presentato un disegno di legge in giugno. Nel Golfo, gli Emirati Arabi Uniti hanno fissato l’età minima a 15 anni, concedendo alle piattaforme dodici mesi per adeguarsi; l’Arabia Saudita, tramite il Consiglio della Shoura, ha sollecitato regole di verifica dell’età per gli under 16. In Asia sud-orientale, l’Indonesia ha scelto una strada diversa: anziché un divieto secco, il regolamento PP TUNAS obbliga i fornitori di servizi digitali a creare ambienti adatti ai minori, e il governo coinvolge gli insegnanti in programmi di alfabetizzazione digitale. Secondo i dati ufficiali, Meta ha già chiuso 185 mila account di bambini indonesiani per conformarsi alla norma. La Cina, da parte sua, ha imposto limiti di tempo di schermo per i minori, un approccio che secondo alcuni analisi punta direttamente ai meccanismi di dipendenza.

In America Latina, il Congresso argentino ha avviato l’esame di diversi progetti di legge che riflettono le tensioni globali. Alcune proposte, sostenute da settori dell’Unione per la Patria, vietano la creazione di account ai minori di 14 anni e richiedono l’autorizzazione parentale fino ai 16; altre fissano la soglia a 13 anni con consenso esplicito dei genitori. Una terza corrente, rappresentata dal deputato Esteban Paulón, respinge i divieti e punta su un uso più consapevole, con il coinvolgimento di famiglie e scuole. Tutti i testi, tuttavia, concordano sulla necessità di meccanismi di verifica dell’età più robusti della semplice autodichiarazione, come la biometria o l’identità digitale rilasciata dallo Stato.

Le difficoltà tecniche e i rischi collaterali sono al centro del dibattito tra esperti e regolatori. La verifica dell’età, spiegano fonti del settore, obbliga le piattaforme a raccogliere dati sensibili, sollevando interrogativi sulla privacy e sulla sicurezza informatica. L’esperienza australiana mostra che molti adolescenti hanno aggirato il divieto usando le credenziali di familiari o migrando verso servizi meno regolamentati, la cui pericolosità resta sconosciuta. In India, analisti sottolineano che i divieti rischiano di alimentare una cultura dell’elusione che potrebbe estendersi ad altri ambiti, e propongono di intervenire sulla governance delle piattaforme per ridurre i meccanismi che creano dipendenza. Il modello cinese dei tetti orari, pur mirando alla radice del problema, richiede comunque un apparato di sorveglianza e verifica difficilmente replicabile in contesti meno regimentati.

Il dossier è in rapida evoluzione. Le raccomandazioni del gruppo di esperti europei saranno rese note a metà luglio, e la proposta legislativa della Commissione è attesa per settembre. Nel frattempo, le legislazioni nazionali continuano a moltiplicarsi: il periodo di transizione negli Emirati scade nel 2026, il Regno Unito punta al 2027, e in Argentina le commissioni parlamentari hanno avviato le audizioni. La direzione di marcia è condivisa, ma la varietà degli strumenti – divieti, limiti orari, controlli parentali, obblighi di progettazione – rivela un’incertezza di fondo su come proteggere i minori senza comprimere la riservatezza o spingerli verso angoli ancora più opachi della rete.

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Minori e social media: la corsa globale ai divieti e la soglia comune che l’Europa prepara

Dall’Australia all’Argentina, i governi impongono limiti d’età e verifiche, mentre Bruxelles annuncia per settembre una proposta di regolamento unico per i Ventisette, tra timori per la privacy e il rischio di elusione.

La Commissione europea si appresta a proporre un’età minima comune per l’accesso dei minori alle piattaforme social. Secondo fonti comunitarie, la presidente Ursula von der Leyen annuncerà l’iniziativa il 16 settembre, durante il discorso sullo stato dell’Unione, sulla base delle raccomandazioni di un gruppo di esperti attese per il 13 luglio. L’età esatta non è ancora stata decisa, ma il Parlamento europeo ha già invitato a fissare la soglia a 16 anni. La mossa di Bruxelles intende prevenire la frammentazione normativa: Francia, Spagna, Germania e Grecia stanno già elaborando restrizioni nazionali, e un quadro comune eviterebbe che le piattaforme si trovino di fronte a obblighi divergenti all’interno del mercato unico. Per l’Italia, che finora non ha adottato divieti specifici, la proposta rappresenterebbe un vincolo sovranazionale, inserendosi in un dibattito pubblico già acceso sull’uso precoce degli smartphone.

L’iniziativa europea è l’ultimo tassello di una tendenza globale innescata dall’Australia, che nel dicembre 2025 ha vietato per legge l’uso dei social agli under 16. Il Regno Unito ha annunciato un divieto analogo per l’inizio del 2027, mentre il Canada ha presentato un disegno di legge in giugno. Nel Golfo, gli Emirati Arabi Uniti hanno fissato l’età minima a 15 anni, concedendo alle piattaforme dodici mesi per adeguarsi; l’Arabia Saudita, tramite il Consiglio della Shoura, ha sollecitato regole di verifica dell’età per gli under 16. In Asia sud-orientale, l’Indonesia ha scelto una strada diversa: anziché un divieto secco, il regolamento PP TUNAS obbliga i fornitori di servizi digitali a creare ambienti adatti ai minori, e il governo coinvolge gli insegnanti in programmi di alfabetizzazione digitale. Secondo i dati ufficiali, Meta ha già chiuso 185 mila account di bambini indonesiani per conformarsi alla norma. La Cina, da parte sua, ha imposto limiti di tempo di schermo per i minori, un approccio che secondo alcuni analisi punta direttamente ai meccanismi di dipendenza.

In America Latina, il Congresso argentino ha avviato l’esame di diversi progetti di legge che riflettono le tensioni globali. Alcune proposte, sostenute da settori dell’Unione per la Patria, vietano la creazione di account ai minori di 14 anni e richiedono l’autorizzazione parentale fino ai 16; altre fissano la soglia a 13 anni con consenso esplicito dei genitori. Una terza corrente, rappresentata dal deputato Esteban Paulón, respinge i divieti e punta su un uso più consapevole, con il coinvolgimento di famiglie e scuole. Tutti i testi, tuttavia, concordano sulla necessità di meccanismi di verifica dell’età più robusti della semplice autodichiarazione, come la biometria o l’identità digitale rilasciata dallo Stato.

Le difficoltà tecniche e i rischi collaterali sono al centro del dibattito tra esperti e regolatori. La verifica dell’età, spiegano fonti del settore, obbliga le piattaforme a raccogliere dati sensibili, sollevando interrogativi sulla privacy e sulla sicurezza informatica. L’esperienza australiana mostra che molti adolescenti hanno aggirato il divieto usando le credenziali di familiari o migrando verso servizi meno regolamentati, la cui pericolosità resta sconosciuta. In India, analisti sottolineano che i divieti rischiano di alimentare una cultura dell’elusione che potrebbe estendersi ad altri ambiti, e propongono di intervenire sulla governance delle piattaforme per ridurre i meccanismi che creano dipendenza. Il modello cinese dei tetti orari, pur mirando alla radice del problema, richiede comunque un apparato di sorveglianza e verifica difficilmente replicabile in contesti meno regimentati.

Il dossier è in rapida evoluzione. Le raccomandazioni del gruppo di esperti europei saranno rese note a metà luglio, e la proposta legislativa della Commissione è attesa per settembre. Nel frattempo, le legislazioni nazionali continuano a moltiplicarsi: il periodo di transizione negli Emirati scade nel 2026, il Regno Unito punta al 2027, e in Argentina le commissioni parlamentari hanno avviato le audizioni. La direzione di marcia è condivisa, ma la varietà degli strumenti – divieti, limiti orari, controlli parentali, obblighi di progettazione – rivela un’incertezza di fondo su come proteggere i minori senza comprimere la riservatezza o spingerli verso angoli ancora più opachi della rete.

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