
La Cina riconquista la vetta dei supercomputer con un sistema interamente domestico
LineShine, basato su processori di progettazione nazionale, supera El Capitan e segna il primo sistema exascale con sole CPU, ma il primato non misura le capacità per l’intelligenza artificiale.
Il sistema LineShine, installato presso il Centro Nazionale di Supercalcolo di Shenzhen, ha scalzato il supercomputer statunitense El Capitan dalla prima posizione della classifica TOP500, pubblicata il 15 giugno 2026 durante la conferenza ISC di Amburgo. Con una potenza sostenuta di 2,2 exaflop – oltre 2,2 miliardi di miliardi di operazioni al secondo – la macchina cinese riporta Pechino in vetta alla lista dopo nove anni, interrompendo un dominio americano che durava dal 2017. El Capitan, ospitato presso il Lawrence Livermore National Laboratory in California e impiegato per la manutenzione dell’arsenale nucleare statunitense, si attesta ora a 1,809 exaflop. Gli Stati Uniti mantengono comunque tre dei primi quattro sistemi, mentre la Germania con JUPITER Booster completa la top five.
L’aspetto tecnicamente più distintivo di LineShine è l’architettura: si tratta del primo supercomputer a superare la soglia exascale utilizzando esclusivamente unità di elaborazione centrale (CPU) di progettazione cinese, senza ricorrere alle unità di elaborazione grafica (GPU) che alimentano la quasi totalità dei sistemi concorrenti, incluso El Capitan. Secondo Jack Dongarra, co-fondatore della TOP500 e premio Turing, il risultato dimostra che la Cina è in grado di sviluppare tecnologie alternative di pari livello o addirittura superiori nonostante i controlli alle esportazioni imposti da Washington sui semiconduttori avanzati. La scelta di Pechino di sottoporre nuovamente un proprio sistema alla lista – dopo un’assenza di tre anni legata proprio alle restrizioni commerciali introdotte dalle amministrazioni Trump e Biden – viene letta da analisti statunitensi come un tentativo di rivendicare pubblicamente i progressi nella progettazione di chip domestici.
La rilevanza del primato va tuttavia circoscritta al perimetro dei benchmark tradizionali. La classifica TOP500 si basa sul test LINPACK, che simula carichi di lavoro scientifici classici ma non rappresenta le prestazioni nei compiti di intelligenza artificiale. Su un benchmark più orientato all’IA, LineShine si è fermato al quarto posto. Inoltre, i grandi fornitori di cloud come Microsoft, Amazon e Google non sottopongono i propri cluster ottimizzati per l’IA alla rilevazione: uno studio del 2025 citato da ricercatori di politica dell’IA indicava che il sistema Colossus di xAI era già probabilmente più potente di El Capitan. “Se gli hyperscaler presentassero i loro sistemi, questo ‘più veloce del mondo’ non entrerebbe nemmeno tra i primi cinque”, ha osservato Jimmy Goodrich, senior fellow presso l’Institute for Global Conflict and Cooperation dell’Università della California.
La prossima edizione della TOP500, a novembre 2026, offrirà un nuovo termine di confronto, ma è sul terreno dei sistemi dedicati all’intelligenza artificiale – non catturati da questa classifica – che si gioca la competizione tecnologica più accesa. Nel frattempo, il presidente statunitense Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per accelerare lo sviluppo del calcolo quantistico, confermando la centralità strategica della potenza di calcolo avanzata.
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La Cina è tornata in vetta alla classifica mondiale dei supercomputer dopo otto anni, grazie al sistema LineShine interamente progettato con componenti nazionali. Il risultato dimostra l'autosufficienza tecnologica del paese e segna una rivincita nei confronti degli Stati Uniti. La leadership riconquistata viene presentata come un traguardo strategico per la potenza computazionale cinese.
Un supercomputer cinese ha sottratto agli Stati Uniti il primato di macchina più veloce al mondo per la prima volta dal 2017. Il sistema utilizza esclusivamente microprocessori standard, senza ricorrere a chip grafici specializzati. La notizia viene riportata come un aggiornamento della classifica TOP500, sottolineando la fine di un dominio americano durato quasi un decennio.
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