
Dagli abissi oceanici alla placenta: l’impronta chimica che ridisegna i confini dell’inquinamento
Due studi indipendenti rivelano contaminanti persistenti nella fauna profonda del Brasile e in migliaia di donne incinte, mentre i microplastici raggiungono sangue e cervello umano.
Un doppio fronte di ricerche ridisegna la geografia dell’inquinamento. Nella Bacia de Santos, a circa 140 chilometri dalla costa brasiliana e fino a 1.500 metri di profondità, sedimenti, pesci e invertebrati mostrano tracce di bifenili policlorurati (PCB), eteri di difenile polibromurati (PBDE) e microplastiche. Lo studio dell’Istituto Oceanografico dell’Università di San Paolo, pubblicato sul Marine Pollution Bulletin, ha analizzato quattro specie ittiche e nove invertebrati: il pepino di mare Deima validum è risultato l’organismo con la maggiore concentrazione di frammenti plastici nell’apparato digerente. Poliammide, poliacrilonitrile e polisolfuro – quest’ultimo probabilmente legato alle piattaforme offshore attive nell’area – figurano tra i polimeri identificati, segnalando che la pressione industriale raggiunge ecosistemi remoti prima considerati immuni.
Parallelamente, un’indagine condotta su oltre 5.000 donne che hanno partorito negli Stati Uniti tra il 2000 e il 2021 ha rivelato la presenza di almeno 45 sostanze chimiche in ogni campione di urina, con punte di 64 composti. Pubblicato su Jama Network Open, lo studio ha incrociato 113 molecole di uso comune – ftalati, nuovi plastificanti, componenti di profumi e detergenti – con gli esiti delle gravidanze: l’esposizione a queste sostanze è associata a un aumento del rischio di parto pretermine e basso peso alla nascita. I ricercatori della University of North Carolina, di Stanford e del Woods Institute sottolineano che molte delle alternative introdotte per sostituire composti già banditi mostrano profili di tossicità analoghi, rendendo l’evitamento individuale pressoché impossibile.
La dimensione sistemica del fenomeno emerge dai dati sulla contaminazione umana diretta. Un team dell’Università del Nuovo Messico ha documentato su Nature Medicine un incremento del 50% nella concentrazione di microplastiche nella corteccia frontale di cervelli umani prelevati in autopsia tra il 2016 e il 2024. Già nel 2024, sul New England Journal of Medicine, la presenza di micro e nanoplastiche nelle placche carotidee era stata collegata a un rischio oltre quattro volte superiore di infarto, ictus o morte. La cosiddetta “Grande chiazza di immondizia del Pacifico” copre oggi 1,6 milioni di chilometri quadrati e contiene circa 1,8 trilioni di frammenti, ma il problema non è confinato agli oceani: uno studio della Columbia University ha contato in media 240.000 particelle per litro in acqua in bottiglia, e una mappatura della Ocean Conservancy ha trovato microplastiche nell’88% delle fonti proteiche analizzate negli Stati Uniti.
Mentre la comunità scientifica chiede ai governi di accelerare la restrizione delle sostanze più pericolose e di ripensare la progettazione dei materiali, il caso indonesiano di Puteri Awalia – una gravidanza ad alto rischio seguita dall’assicurazione sanitaria pubblica JKN fino all’intervento di curettage – ricorda che l’esposizione chimica non è solo una questione ambientale, ma anche di equità nell’accesso alle cure. I negoziati per un trattato globale sulla plastica, in corso sotto l’egida delle Nazioni Unite, rappresentano il prossimo banco di prova: l’obiettivo è vincolare la produzione e la gestione dei rifiuti plastici, affrontando un ciclo che dalla costa scende negli abissi e risale fino ai tessuti umani.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'inquinamento ha raggiunto le profondità oceaniche e il corpo umano. Ricercatori brasiliani hanno trovato microplastiche e inquinanti persistenti in sedimenti e animali a 1.500 metri di profondità. Studi internazionali rilevano microplastiche nel sangue, nella placenta e nel cervello, segnalando una contaminazione globale senza precedenti.
Uno studio statunitense rivela che le donne incinte sono esposte quotidianamente a decine di sostanze chimiche nocive, collegate a parto prematuro e basso peso alla nascita. L'analisi di campioni di urina di oltre 5.000 donne evidenzia la minaccia pervasiva delle tossine ambientali sulla salute materna e fetale.
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