
L’Ue vieta la distruzione degli invenduti, mentre l’industria tedesca chiede riforme
Dal 19 luglio scatta lo stop per la moda, ma il nuovo quadro regolatorio tocca anche auto e imballaggi, ridisegnando costi e competitività.
Da domani, 19 luglio 2026, le grandi imprese tessili dell’Unione Europea non potranno più distruggere capi di abbigliamento, calzature e accessori rimasti invenduti o restituiti dai clienti. Il divieto, imposto dal Regolamento sull’ecodesign (UE 2024/1781), colpisce una pratica che ogni anno manda al macero fino a 594.000 tonnellate di prodotti tessili integri, generando circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂. Le aziende dovranno invece destinare le merci al riutilizzo, alla donazione o al riciclo, e rendere pubblici i volumi smaltiti, le ragioni e le misure di prevenzione adottate. Per le medie imprese l’obbligo scatterà nel 2030, mentre le piccole restano escluse.
La norma è il primo tassello operativo di una strategia europea che punta a prolungare il ciclo di vita dei prodotti e a responsabilizzare i produttori. Secondo le associazioni dei consumatori, il tasso medio di reso per gli acquisti online di abbigliamento raggiunge il 20%, alimentando uno spreco strutturale che il legislatore comunitario intende ora arginare. Restano consentite deroghe per prodotti pericolosi, non conformi o che violano diritti di proprietà intellettuale, ma la trasparenza imposta dall’articolo 24 del Regolamento costringe i grandi marchi a esporre pubblicamente le proprie scelte di smaltimento, modificando gli equilibri di un settore che in passato ha preferito la distruzione alla svendita per proteggere il posizionamento del brand.
La stretta sul tessile si inserisce in un’agenda regolatoria più ampia, che sta ridisegnando i costi di conformità per l’industria europea e per i suoi partner commerciali. Il 12 agosto entrerà in vigore il nuovo Regolamento imballaggi (PPWR), che impone tassi minimi di riciclabilità e limita sostanze come i PFAS, con ripercussioni immediate per gli esportatori di prodotti freschi, come quelli marocchini di frutta e verdura, che dovranno adeguare contenitori e barquette. Sul fronte automobilistico, intanto, la potente associazione tedesca VDA ha chiesto a inizio luglio “riforme coraggiose”, inclusi tagli al personale e flessibilità del lavoro, per fronteggiare la perdita di competitività rispetto ai produttori cinesi di veicoli elettrici. Volkswagen starebbe valutando l’eliminazione di ulteriori 50.000 posti in Germania, mentre il gruppo cerca una nuova formula industriale per i propri stabilimenti.
Il quadro che emerge è quello di un’Europa che accelera sul fronte della sostenibilità ambientale, ma deve al contempo gestire le tensioni competitive generate da costi energetici, burocrazia e concorrenza globale. Se per la moda il vincolo è già realtà, per il settore auto le decisioni sono ancora in fase di negoziazione tra sindacati e vertici aziendali, con il consiglio di sorveglianza Volkswagen riunitosi il 9 luglio sotto la pressione dei tagli. Il prossimo appuntamento regolatorio sarà l’applicazione del PPWR a metà agosto, mentre per le medie imprese tessili il countdown verso il 2030 è appena cominciato.
| Stampa europea continentale | +0.60 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.10 | neutral |
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.40 | critical |
L'Unione europea impone finalmente un freno allo spreco tessile, dimostrando che la sostenibilità può essere regolamentata.
Il blocco costruisce credibilità citando dati precisi (4-9% dei tessuti distrutti, 5,6 milioni di tonnellate di CO2) e presentando la misura come una risposta logica a una pratica scandalosa.
Non menziona le possibili conseguenze economiche per le aziende o le alternative meno costose per lo smaltimento.
L'UE mostra incoerenza: da un lato vieta la distruzione di tessuti, dall'altro allenta le regole sulle emissioni per l'industria automobilistica.
Il blocco utilizza il contrasto tra due politiche per suggerire che l'UE non è seria sulla protezione ambientale, ma piuttosto attenta agli interessi industriali.
Non menziona che la distruzione dei tessuti è un problema minore rispetto alle emissioni industriali, né che le due politiche possono essere complementari.
L'UE impone nuove barriere commerciali sotto forma di regolamenti verdi, penalizzando i paesi in via di sviluppo come il Marocco.
Il blocco enfatizza i costi procedurali e le difficoltà per gli esportatori marocchini, omettendo i benefici ambientali a lungo termine.
Non menziona che il Marocco potrebbe beneficiare di investimenti in tecnologie verdi o che le regole si applicano anche ai produttori europei.
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