
La noia che abbiamo perduto: dal portico della nonna alla fatica di essere sé stessi
Tra cuffie con il filo, viaggi in solitaria e il panico dei nipoti davanti al silenzio, una generazione riscopre il valore del vuoto e dell'autenticità.
Sul portico di una casa qualunque, una donna di sessantotto anni osserva i nipoti. Lei può restare seduta un'ora senza fare nulla, lasciando che lo sguardo si perda oltre la ringhiera. Loro, dopo novanta secondi, iniziano a tamburellare le dita, a muovere il piede, a cercare con gli occhi uno schermo. «L'espressione sui loro volti», ha raccontato, «somiglia molto al panico». Non è un giudizio, ma la constatazione di uno scarto generazionale che si è allargato in silenzio: quando lei era bambina, la noia non era un problema da risolvere, ma la materia prima con cui si costruivano giochi, storie e una certa familiarità con sé stessi.
Quello scarto oggi ha un correlato inatteso. Tra i più giovani, le cuffie con il filo stanno tornando di moda: non solo per un'estetica retro, ma per una diffidenza verso le radiazioni bluetooth che, per quanto non provata dalla scienza, esprime un desiderio di fisicità e di limite. È lo stesso istinto che uno studio pubblicato sul Journal of Pediatrics ha messo in luce ripercorrendo l'infanzia dei nati tra il 1955 e il 1978: cresciuti con meno supervisione adulta, hanno imparato a tollerare la frustrazione, a negoziare i conflitti e a misurarsi con il rischio senza la mediazione costante di un genitore. Oggi, in un mondo che riempie ogni attimo di stimoli, quella palestra emotiva è venuta meno, e con essa la sensazione di essere davvero adulti. Non è raro, spiegano gli psicologi, che persone con lavoro, famiglia e mutuo si sentano ancora in attesa di un'inafferrabile maturità: il mondo appare lo stesso di quando avevano vent'anni, e i marcatori esteriori non bastano a modificare la percezione di sé.
In questo vuoto di significato, molti hanno cercato rifugio altrove. I mondi virtuali – videogiochi, giochi di ruolo, comunità online – offrono ciò che la realtà quotidiana nega: autonomia, competenza, un ruolo chiaro e la possibilità di essere ricordati per le proprie scelte. Non sono una fuga, scrivono gli osservatori asiatici, ma un tentativo di soddisfare bisogni reali quando le istituzioni tradizionali non rispondono più. Eppure, anche nelle relazioni più intime, la stessa dinamica si ripete. Una donna racconta di aver passato anni a rendersi «più facile da amare», smussando le proprie opinioni per essere scelta, salvo scoprire che quella versione edulcorata non la proteggeva dalla solitudine. Un uomo confessa di aver nascosto dietro un orologio di Pamela Anderson le parole di Madonna – «Express yourself, don't repress yourself» – mentre fingeva una passione per il calcio che non provava. Un altro ancora, dopo aver lasciato la fidanzata senza mai spiegarle davvero il perché, si scopre intrappolato in una catena di omissioni che rimandano il dolore senza evitarlo.
Eppure, proprio da queste crepe affiora una controspinta. Viaggiare da soli, anche quando si è sposati, non è più visto come un sintomo di crisi ma come un modo per ricordare chi si è al di fuori della coppia, spiegano i terapeuti nordamericani. La «mascolinità espansiva» di cui parlano in Australia rifiuta gli stereotipi dell'uomo stoico e invita i ragazzi a piangere, a parlare, a essere emotivamente presenti. E sul portico, la nonna ha trasformato il «non fare nulla» in un gioco: gare di silenzio, nuvole a forma di animali, lucciole che compaiono al crepuscolo. Qualche sera fa, uno dei nipoti si è seduto accanto a lei e, dopo un lungo silenzio, ha detto: «Nonna, questo è abbastanza bello». Lei non ha risposto. È rimasta lì, a guardare la notte che scendeva, pensando che forse l'arte di non fare nulla non è ancora perduta.
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Una donna sulla trentina parla come protagonista che ha trovato la felicità con un uomo più giovane, celebrando la sua reinvenzione e sfidando le norme sociali su età e maternità.
La narrazione usa una storia di successo in prima persona per normalizzare le relazioni con differenza d'età, presentando il partner più giovane come una ricompensa naturale per il suo passato da spirito libero.
Omette qualsiasi prospettiva critica sulle dinamiche di età o l'ansia precedente della donna per la fertilità, concentrandosi solo sull'esito positivo.
Una donna di 39 anni parla come critica delle proprie scelte passate, incolpando l'aspettativa sociale di essere strategica sulla propria identità per la sua solitudine.
Il pezzo usa un tono confessionale per esporre il paradosso dell'automodificazione: fare tutto 'correttamente' porta comunque all'isolamento, mettendo così in discussione il concetto stesso di strategia relazionale.
Omette qualsiasi accenno a esiti alternativi o alla possibilità di trovare un partner più avanti, concentrandosi solo sul fallimento della strategia.
Due donne parlano per esperienza personale: una sostiene la cura di sé e la solitudine, l'altra accusa gli uomini di infedeltà e ipocrisia nelle relazioni.
Il blocco usa aneddoti in prima persona per costruire credibilità, poi generalizza dall'esperienza individuale per criticare dinamiche di genere più ampie, rendendo il personale politico.
Omette qualsiasi prospettiva maschile o contro-narrativa, e non affronta la possibilità di relazioni felici o il ruolo della responsabilità personale.
Un uomo di 48 anni parla come individuo riflessivo che mette in discussione la stessa definizione di età adulta, usando la propria vita come caso di studio.
Il pezzo usa un approccio comparativo (padre vs. sé) per evidenziare il cambiamento generazionale nella percezione dell'età adulta, e normalizza la sensazione di non essere adulto citando molti altri che provano lo stesso.
Omette qualsiasi analisi di genere o il ruolo delle aspettative sociali, concentrandosi puramente sulla psicologia individuale.
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