
L’intesa Israele-Libano congela il ritiro: nessuna scadenza, solo condizioni sul campo
L’accordo quadro mediato dagli Stati Uniti subordina ogni movimento di truppe a verifiche empiriche, mentre Israele si prepara a una presenza militare di anni e Hezbollah denuncia una legittimazione dell’occupazione.
L’intesa quadro annunciata venerdì a Washington non contiene alcun calendario vincolante per il disimpegno israeliano dal Libano meridionale. Secondo fonti militari israeliane, lo stato maggiore non ha ricevuto alcuna direttiva di ritiro generale e ogni passo sarà determinato non da date prefissate ma dal soddisfacimento di «condizioni sul terreno». L’unica mossa immediatamente prevista riguarda un arretramento sperimentale da due o tre località – tra cui Zawtar al-Gharbiya e Froun – che però, come ha precisato il ministro della Difesa Israel Katz, non saranno seguite da ulteriori arretramenti fino alla completa smilitarizzazione di Hezbollah. Katz ha inoltre dichiarato di aver concordato con il comandante del CENTCOM di non ritirarsi dalle «zone di sicurezza» in Libano, Siria e Gaza, delineando un orizzonte di permanenza che lo stesso establishment della difesa israeliano descrive come «pluriennale».
Nell’ottica di Washington, l’intesa rappresenta un meccanismo graduale per trasferire la responsabilità della sicurezza all’esercito libanese e ripristinare la sovranità di Beirut. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di un processo a fasi che prevede l’addestramento delle forze armate libanesi da parte americana e la creazione di un organismo di monitoraggio simile a quello già operativo per Gaza. Tuttavia, l’allegato di sicurezza dell’accordo resta segreto: secondo fonti israeliane, la classificazione è stata richiesta dallo stesso governo libanese per evitare che Hezbollah potesse contestarlo pubblicamente. La scelta di non usare il termine «ritiro» ma espressioni come «ridislocazione» o «riposizionamento» è stata accolta con soddisfazione dai negoziatori israeliani, perché non implica un obbligo giuridico di evacuazione completa.
Da Beirut, la reazione è spaccata. Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam, che già da mesi premevano per colloqui diretti con Israele, hanno assunto l’impegno di attuare l’intesa e confidano in una pressione americana su Tel Aviv per un successivo arretramento. Sul fronte opposto, Hezbollah e i suoi alleati politici bollano l’accordo come «dettato» e foriero di una guerra civile strisciante. Il segretario generale Naim Qassem lo ha definito «vergognoso» e una resa che legittima l’occupazione, mentre il presidente del Parlamento Nabih Berri ha avvertito che il testo rischia di «trascinare i libanesi in uno scontro fratricida». Berri, capo del movimento sciita Amal, ha ribadito che l’unica via realistica per costringere Israele a lasciare il Libano resta il negoziato parallelo tra Teheran e Washington, e che separare il dossier libanese da quel tavolo condanna il Paese a un’occupazione permanente.
La dimensione regionale è resa esplicita dalle stesse ammissioni israeliane. Katz ha riconosciuto che il collegamento operato dall’amministrazione Trump tra il fronte libanese e le intese con l’Iran aveva di fatto limitato la capacità di manovra militare di Israele nel sud del Libano, impedendo il collasso di Hezbollah. Il passaggio a un negoziato diretto Beirut-Gerusalemme, condotto con la mediazione statunitense ma al di fuori del quadro iraniano, ha rimosso quelle limitazioni e permesso a Israele di adottare quello che Katz chiama un «piano B»: approfondire e allargare la fascia di sicurezza. In questo schema, l’esercito libanese non è considerato un attore in grado di disarmare Hezbollah – «non si trasformeranno d’incanto in leoni che assaltano Hezbollah», ha detto Katz – ma piuttosto un’interfaccia amministrativa per gestire le aree-test. Il dossier resta così sospeso tra la prospettiva americana di una stabilizzazione graduale e la realtà di un’occupazione israeliana a tempo indeterminato, con il rischio concreto di aggravare le fratture interne libanesi e di allontanare ulteriormente l’orizzonte di una sovranità piena per Beirut.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'intesa mediata dagli Stati Uniti è una messinscena: Israele non ha mai ricevuto l'ordine di ritirarsi e sta anzi attuando un 'piano B' per approfondire la zona di sicurezza nel sud del Libano con la complicità americana. La pressione iraniana ha impedito il collasso di Hezbollah e costretto Washington a rivedere la propria posizione, legando i fronti. Il cessate-il-fuoco è subordinato a vaghe condizioni sul campo, il che significa una presenza israeliana a tempo indeterminato.
L'esercito israeliano non ha ricevuto alcuna direttiva di ritiro, gettando ombre sull'accordo appena annunciato. Il ritiro è vincolato a 'condizioni sul campo' e non a scadenze temporali, alimentando il timore di un'occupazione prolungata. Il quadro negoziato dagli Stati Uniti appare ambiguo e potrebbe non tradursi in un'attuazione completa.
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