
Il piano di Oman e Iran per i pedaggi a Hormuz sfida Washington e il diritto marittimo
Muscat ha presentato una proposta formale per tariffe di servizio nello Stretto, mentre Teheran insiste su pagamenti obbligatori e gli Stati Uniti ribadiscono la loro opposizione.
Un progetto di tariffazione per il transito nello Stretto di Hormuz, elaborato congiuntamente da Iran e Oman, è stato formalmente sottoposto agli Stati Uniti e ad altri alleati occidentali, nonostante la netta contrarietà espressa dall’amministrazione Trump. Secondo fonti diplomatiche citate dalla stampa internazionale, la proposta omanita prevede l’introduzione di contributi per servizi di sicurezza alla navigazione, ispirandosi al modello volontario in vigore nello Stretto di Malacca. L’iniziativa si inserisce nel quadro del negoziato successivo alla tregua temporanea tra Washington e Teheran, che ha garantito sessanta giorni di traffico commerciale senza oneri attraverso il braccio di mare da cui transita un quinto del petrolio mondiale.
Le posizioni restano distanti. Da Teheran, il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha ribadito che l’Iran punta a un meccanismo congiunto con Mascate, ma è pronto ad agire unilateralmente imponendo pedaggi obbligatori, considerati un diritto sovrano e un compenso per la sicurezza marittima e lo sminamento delle rotte. Fonti omanite, invece, distinguono tra un pedaggio di transito – giudicato illegittimo dal diritto internazionale – e tariffe per servizi effettivamente resi, posizione che consente a Mascate di mantenere il proprio ruolo di mediatore neutrale. Gli Stati Uniti, per voce del presidente Trump e del segretario di Stato Marco Rubio, hanno bollato come inaccettabile qualsiasi ipotesi di monetizzazione del passaggio, richiamando il principio consuetudinario della libertà di navigazione. Anche i paesi del Golfo, con il ministro degli Esteri saudita, respingono soluzioni che alterino lo status quo antecedente il conflitto.
La partita va oltre Hormuz. Analisti marittimi europei e asiatici avvertono che un eventuale successo iraniano creerebbe un precedente per gli altri ventisette choke point globali, dallo Stretto di Malacca al Bosforo, innescando una corsa alla rendita geografica. Al momento, il traffico navale è in ripresa, con un incremento del 70% nell’ultima settimana, concentrato però sul corridoio meridionale vicino alle coste omanite, che sfugge al controllo diretto di Teheran. L’Iran ha risposto con attacchi mirati a quel corridoio, nel tentativo – secondo ex comandanti della Quinta Flotta americana – di mantenere i premi assicurativi tanto elevati da scoraggiare il ritorno delle compagnie di navigazione, senza dover chiudere fisicamente lo stretto.
Per l’Italia e l’Europa, la posta in gioco è la sicurezza degli approvvigionamenti energetici e la tenuta del diritto marittimo internazionale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) vieta oneri sul semplice transito, ma Teheran non l’ha ratificata e Washington, pur non avendola ratificata, la considera diritto consuetudinario. I colloqui indiretti tra le delegazioni statunitense e iraniana, attesi a Doha con la mediazione del Qatar e il sostegno dell’inviato europeo Luigi Di Maio, si concentreranno proprio sulla futura amministrazione dello stretto. Entro la settimana, l’Iran dovrebbe inoltre ricevere tre miliardi di dollari di fondi congelati, nell’ambito dell’intesa che ha fermato le ostilità. L’esito del negoziato definirà se Hormuz resterà un bene comune globale o diventerà la prima via d’acqua naturale a essere sottoposta a un regime di pedagogio.
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Iran e Oman stanno portando avanti insieme un piano per imporre pedaggi alle navi in transito nello Stretto di Hormuz, nonostante le obiezioni di Washington. L'iniziativa è presentata come una tariffa di servizio e potrebbe creare un precedente per la gestione dei principali colli di bottiglia marittimi mondiali. È stato istituito un comitato congiunto per definire il quadro, mentre il commercio globale osserva con attenzione se la libertà di navigazione verrà ridefinita.
L'Iran sta cercando aggressivamente di rafforzare la sua presa sullo Stretto di Hormuz imponendo pedaggi di transito, una mossa che gli Stati Uniti e i loro alleati del Golfo stanno contrastando con un nuovo corridoio marittimo meridionale. La tempistica è vista come un tentativo deliberato di preservare la leva strategica di Teheran mentre le rotte alternative iniziano a erodere il suo controllo. Washington considera il piano dei pedaggi una violazione della libera navigazione e una minaccia diretta alla sicurezza energetica globale.
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