
L'economia dell'attenzione e il sonno perduto della Generazione Z
Mentre l'Australia vieta i social agli under 16 e l'Unione Europea impone trasparenza algoritmica, i giovani cercano rimedi al sovraccarico digitale tra dispositivi indossabili, nutrienti e intelligenza artificiale.
Un dato ridisegna il perimetro del dibattito: l'85 per cento degli studenti universitari russi tra i 18 e i 25 anni utilizza già assistenti basati sull'intelligenza artificiale per lo studio, secondo un'indagine condotta su un campione di mille persone da VK Education. La cifra, che relega a distanza siderale strumenti come le lavagne online o i sintetizzatori vocali, segnala un'adozione di massa che sta trasformando i metodi di apprendimento prima ancora che le istituzioni accademiche elaborino regole condivise. Non si tratta di un fenomeno isolato: in Indonesia, i corsi di media literacy per la Generazione Z insegnano a riconoscere le tecniche di framing e a verificare le fonti, nella consapevolezza che l'architettura delle piattaforme è progettata per massimizzare il tempo di permanenza, non la qualità dell'informazione.
Il meccanismo che lega questi fenomeni è l'economia dell'attenzione. Lo scrolling infinito, le notifiche e gli algoritmi che imparano le abitudini degli utenti sono ingranaggi di un sistema in cui il profitto cresce con i minuti sottratti al riposo e alla concentrazione. La Generazione Z, cresciuta con questi dispositivi, è al tempo stesso la più alfabetizzata digitalmente e la più esposta alla fatica cognitiva. Non sorprende che, parallelamente, si moltiplichino le strategie per recuperare il sonno perduto: in Argentina, gli specialisti della nutrizione indicano negli acidi grassi omega-3 e nel triptofano contenuti in pesci e crostacei un alleato per la produzione di serotonina e melatonina, mentre dal Bangladesh rimbalzano, via Washington Post, i consigli pratici per una routine serale che allontani gli schermi e rispetti l'orologio biologico.
Sul fronte regolatorio, la risposta più netta arriva dall'Australia, che ha introdotto un divieto di accesso ai social media per i minori di sedici anni, spostando l'onere della prova dalle famiglie alle piattaforme. L'Unione Europea, con il Digital Services Act, ha invece scelto la strada della trasparenza, obbligando le aziende a rendere conto del funzionamento dei propri algoritmi. Entrambe le mosse segnalano che la salute digitale non è più considerata una questione di mera disciplina individuale, ma un terreno di responsabilità collettiva e di policy pubblica.
Nel frattempo, il mercato propone soluzioni ibride tra benessere e neuroscienze. Dispositivi come lo stimolatore auricolare Luna taVNS, che agisce sul nervo vago attraverso lievi impulsi elettrici, promettono di facilitare il passaggio dalla veglia al riposo senza richiedere una rivoluzione dello stile di vita. Si tratta di tecnologie in fase di adozione commerciale, non ancora validate da trial clinici su larga scala, ma che intercettano una domanda crescente di recupero cognitivo. Il prossimo banco di prova sarà l'entrata in vigore delle norme australiane e l'effettiva applicazione degli obblighi di trasparenza europei, mentre le università di tutto il mondo osservano con attenzione l'uso dell'IA tra gli studenti, in bilico tra opportunità didattica e rischio di dipendenza cognitiva.
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La tecnologia trasforma l'attenzione in merce, rubando il sonno a una generazione intrappolata nello scroll infinito. I giovani non sono pigri, ma vittime di un sistema progettato per sfruttare ogni istante della loro coscienza. L'unica via d'uscita è una consapevolezza critica che smascheri il meccanismo economico dietro le piattaforme.
Per i professionisti moderni, sempre connessi, il recupero non è più un optional ma un investimento strategico. Un dispositivo innovativo promette di ottimizzare il sonno con la stessa efficienza con cui si gestisce la produttività lavorativa. L'ironia è che per staccare davvero serve un'altra tecnologia, ma è il prezzo da pagare per restare competitivi.
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