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Economia e Mercatigiovedì 2 luglio 2026

La Svizzera alza l’asticella del capitale: UBS si ribella, Julius Baer normalizza

La banca centrale elvetica sostiene che UBS dispone già dei fondi per le nuove regole, mentre l’istituto denuncia uno svantaggio competitivo; intanto Julius Baer si prepara a riaprire ai clienti a rischio.

A tre anni dal salvataggio di Credit Suisse, la piazza finanziaria svizzera è attraversata da due dinamiche opposte: lo scontro frontale tra UBS e le autorità sulle nuove regole patrimoniali e il ritorno alla normalità operativa di Julius Baer dopo lo scandalo Benko. La Banca nazionale svizzera (BNS) ha pubblicato giovedì il rapporto annuale sulla stabilità finanziaria, affermando che UBS soddisfa già i requisiti di capitale più severi proposti dal governo. Secondo i calcoli dell’istituto centrale, l’eccedenza di capitale primario di classe 1 (CET1) ammonta a 13 miliardi di dollari rispetto ai requisiti pienamente applicati dal 2030, e le riserve nella controllata elvetica raggiungevano 9 miliardi a fine 2025. La riforma, definita «mirata e proporzionata» dal vicepresidente della BNS Antoine Martin, imporrebbe la copertura integrale delle filiali estere con capitale proprio, portando la dotazione dal 60% al 100% del valore patrimoniale di ciascuna unità.

UBS ha reagito con durezza, bollando il rapporto come «fuorviante» e accusando la banca centrale di offrire un’analisi incompleta delle cause del collasso di Credit Suisse e dell’impatto delle norme di Basilea 3. L’istituto stima che la capitalizzazione piena delle controllate estere richiederebbe un apporto aggiuntivo di circa 20 miliardi di dollari in CET1, con un effetto depressivo sul modello di business e sulla competitività internazionale. Fonti interne al gruppo fanno notare che persino un’agenzia di rating indipendente avrebbe riconosciuto lo svantaggio competitivo, e non escludono l’ipotesi di un trasferimento della sede legale. La tensione si inserisce in un dibattito parlamentare che vede i lobbisti di UBS guadagnare ascolto: la commissione competente tornerà a riunirsi in agosto e potrebbe proporre un ammorbidimento del pacchetto, sebbene vi sia ampio consenso sulla necessità di innalzare i requisiti rispetto ai livelli attuali. Sia la BNS sia l’autorità di vigilanza Finma, con il sostegno del Fondo monetario internazionale, continuano a perorare la copertura totale.

Sullo sfondo, il caso Julius Baer mostra come il sistema stia progressivamente assorbendo gli shock reputazionali. Dopo perdite per 700 milioni di dollari legate ai prestiti al magnate immobiliare austriaco Rene Benko, la banca zurighese ha chiuso la divisione debito privato, rivisto la struttura dei controlli e avviato un’indagine interna che ha portato all’uscita dell’ex CEO Philipp Rickenbacher. Ora, secondo fonti vicine al dossier, l’inchiesta della Finma sarebbe alle battute finali e l’istituto si prepara a revocare il divieto di accettare persone politicamente esposte (PEP), una categoria di clienti ad alto rischio che in alcune regioni rappresenta un motore di nuovi affari. La notizia ha spinto il titolo a un rialzo del 2,86% nella seduta di giovedì, portando il guadagno da inizio anno a circa il 12%.

Il percorso di normalizzazione di Julius Baer e lo scontro sul capitale di UBS condividono un orizzonte temporale comune. Per il primo, la conclusione formale del procedimento Finma è attesa nel secondo semestre, aprendo la strada al riacquisto di azioni proprie. Per la seconda, il dibattito parlamentare si protrarrà fino al 2026, con la prossima tappa fissata ad agosto, quando la commissione potrebbe formalizzare una proposta di flessibilizzazione. L’esito definirà non solo l’assetto patrimoniale dell’ultima banca globale svizzera, ma anche l’equilibrio tra stabilità finanziaria e attrattiva competitiva di una piazza che gestisce oltre 500 miliardi di dollari di patrimoni.

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La disputa sulla regolamentazione bancaria in Svizzera si inasprisce. La Banca nazionale sostiene le nuove norme patrimoniali proposte dal governo, definendole mirate e proporzionate, e afferma che UBS le soddisfa già. UBS respinge il rapporto come fuorviante e considera le regole estreme, mentre i suoi lobbisti guadagnano ascolto in parlamento.

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Lo scontro tra UBS e la banca centrale svizzera sulle nuove regole patrimoniali domina l'attenzione, con UBS che accusa l'autorità di un rapporto fuorviante. Parallelamente, Julius Baer si avvia a normalizzare le operazioni dopo lo scandalo legato a un magnate austriaco, segnalando una ripresa. La prospettiva adottata mette in luce le reazioni delle banche e le implicazioni pratiche dei cambiamenti normativi.

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giovedì 2 luglio 2026

La Svizzera alza l’asticella del capitale: UBS si ribella, Julius Baer normalizza

La banca centrale elvetica sostiene che UBS dispone già dei fondi per le nuove regole, mentre l’istituto denuncia uno svantaggio competitivo; intanto Julius Baer si prepara a riaprire ai clienti a rischio.

A tre anni dal salvataggio di Credit Suisse, la piazza finanziaria svizzera è attraversata da due dinamiche opposte: lo scontro frontale tra UBS e le autorità sulle nuove regole patrimoniali e il ritorno alla normalità operativa di Julius Baer dopo lo scandalo Benko. La Banca nazionale svizzera (BNS) ha pubblicato giovedì il rapporto annuale sulla stabilità finanziaria, affermando che UBS soddisfa già i requisiti di capitale più severi proposti dal governo. Secondo i calcoli dell’istituto centrale, l’eccedenza di capitale primario di classe 1 (CET1) ammonta a 13 miliardi di dollari rispetto ai requisiti pienamente applicati dal 2030, e le riserve nella controllata elvetica raggiungevano 9 miliardi a fine 2025. La riforma, definita «mirata e proporzionata» dal vicepresidente della BNS Antoine Martin, imporrebbe la copertura integrale delle filiali estere con capitale proprio, portando la dotazione dal 60% al 100% del valore patrimoniale di ciascuna unità.

UBS ha reagito con durezza, bollando il rapporto come «fuorviante» e accusando la banca centrale di offrire un’analisi incompleta delle cause del collasso di Credit Suisse e dell’impatto delle norme di Basilea 3. L’istituto stima che la capitalizzazione piena delle controllate estere richiederebbe un apporto aggiuntivo di circa 20 miliardi di dollari in CET1, con un effetto depressivo sul modello di business e sulla competitività internazionale. Fonti interne al gruppo fanno notare che persino un’agenzia di rating indipendente avrebbe riconosciuto lo svantaggio competitivo, e non escludono l’ipotesi di un trasferimento della sede legale. La tensione si inserisce in un dibattito parlamentare che vede i lobbisti di UBS guadagnare ascolto: la commissione competente tornerà a riunirsi in agosto e potrebbe proporre un ammorbidimento del pacchetto, sebbene vi sia ampio consenso sulla necessità di innalzare i requisiti rispetto ai livelli attuali. Sia la BNS sia l’autorità di vigilanza Finma, con il sostegno del Fondo monetario internazionale, continuano a perorare la copertura totale.

Sullo sfondo, il caso Julius Baer mostra come il sistema stia progressivamente assorbendo gli shock reputazionali. Dopo perdite per 700 milioni di dollari legate ai prestiti al magnate immobiliare austriaco Rene Benko, la banca zurighese ha chiuso la divisione debito privato, rivisto la struttura dei controlli e avviato un’indagine interna che ha portato all’uscita dell’ex CEO Philipp Rickenbacher. Ora, secondo fonti vicine al dossier, l’inchiesta della Finma sarebbe alle battute finali e l’istituto si prepara a revocare il divieto di accettare persone politicamente esposte (PEP), una categoria di clienti ad alto rischio che in alcune regioni rappresenta un motore di nuovi affari. La notizia ha spinto il titolo a un rialzo del 2,86% nella seduta di giovedì, portando il guadagno da inizio anno a circa il 12%.

Il percorso di normalizzazione di Julius Baer e lo scontro sul capitale di UBS condividono un orizzonte temporale comune. Per il primo, la conclusione formale del procedimento Finma è attesa nel secondo semestre, aprendo la strada al riacquisto di azioni proprie. Per la seconda, il dibattito parlamentare si protrarrà fino al 2026, con la prossima tappa fissata ad agosto, quando la commissione potrebbe formalizzare una proposta di flessibilizzazione. L’esito definirà non solo l’assetto patrimoniale dell’ultima banca globale svizzera, ma anche l’equilibrio tra stabilità finanziaria e attrattiva competitiva di una piazza che gestisce oltre 500 miliardi di dollari di patrimoni.

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