
La frenata dell’occupazione americana ridimensiona le attese sui tassi
I 57.000 nuovi posti di lavoro a giugno, la metà del previsto, allontanano l’ipotesi di un rialzo imminente della Fed e indeboliscono il dollaro.
L’economia statunitense ha creato a giugno 57.000 posti di lavoro, meno della metà dei 110.000 attesi dagli analisti, mentre i dati dei due mesi precedenti sono stati rivisti al ribasso per complessive 74.000 unità. Il tasso di disoccupazione è sceso di un decimo di punto al 4,2%, ma il calo è dovuto in larga parte all’uscita di oltre 700.000 persone dalla forza lavoro, con il tasso di partecipazione sceso al 61,5%, il livello più basso da oltre cinque anni. I mercati azionari hanno reagito in ordine sparso: il Dow Jones ha chiuso a un nuovo record, mentre il Nasdaq ha arretrato per la seconda seduta consecutiva, appesantito dalla rotazione fuori dai titoli tecnologici. Il dollaro ha perso terreno su tutti i fronti, portando l’euro ai massimi da due settimane sopra 1,14 e favorendo un rimbalzo dello yen.
Il dato ha sorpreso soprattutto per la contrazione di 61.000 posti nel comparto del tempo libero e dell’ospitalità, che pure a maggio aveva mostrato segnali di vigore in vista dei Mondiali di calcio del 2026, ospitati in parte dagli Stati Uniti. Le previsioni di un impulso netto dal turismo legato alla Coppa del Mondo, stimate da Goldman Sachs in circa 40.000 posti aggiuntivi, non si sono concretizzate. Secondo gli analisti di Wall Street, la debolezza del settore alberghiero e della ristorazione riflette una domanda interna meno dinamica del previsto, in un contesto in cui i salari orari crescono del 3,5% annuo, sette decimi di punto sotto l’inflazione, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie.
Il rallentamento del mercato del lavoro ha immediatamente ridimensionato le scommesse su un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve. Secondo i dati CME, la probabilità di una stretta a settembre è scesa dal 64% al 52%, mentre i rendimenti dei Treasury a breve termine hanno ceduto diversi punti base. Il presidente della Fed, Kevin Warsh, aveva ribadito nei giorni scorsi l’impegno a riportare l’inflazione al 2%, ma il rapporto sull’occupazione sposta l’attenzione sul lato debole del doppio mandato. Da Francoforte, gli operatori osservano che il ridimensionamento delle attese sui tassi americani allenta la pressione sulla Banca Centrale Europea, che continua a valutare un rialzo entro l’estate, mentre il rafforzamento dell’euro potrebbe complicare il quadro per le esportazioni europee.
Sullo sfondo restano le tensioni geopolitiche legate al conflitto tra Stati Uniti e Iran, che hanno spinto al rialzo i prezzi dell’energia e alimentato l’inflazione. I colloqui indiretti di Doha hanno registrato, secondo fonti qatariote, progressi positivi, ma gli analisti asiatici avvertono che un’eventuale ripresa delle ostilità nello Stretto di Hormuz riaccenderebbe le pressioni sui costi energetici. In questo scenario, il prossimo indicatore decisivo saranno i dati sull’inflazione di giugno, attesi nelle prossime settimane, che forniranno alla Fed gli elementi per sciogliere il dilemma tra stabilità dei prezzi e tenuta dell’occupazione in vista della riunione di fine luglio.
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Il mercato del lavoro americano mostra segni di rallentamento con soli 57.000 nuovi posti a giugno, un dato che suggerisce una moderazione dopo mesi di forza. L'attenzione si concentra sulle implicazioni per la politica della Fed, con analisti che valutano se questo giustifichi una pausa nei rialzi dei tassi. Il tono è misurato, senza allarmismi, ma con un occhio alla tenuta complessiva dell'economia.
Il debole dato sull'occupazione USA conferma i timori di un raffreddamento economico globale, con effetti immediati sui mercati emergenti. L'attenzione si sposta sulle conseguenze per le rimesse e il commercio con l'America Latina, mentre l'oro guadagna terreno come bene rifugio. Il tono è prudente, con un occhio alla vulnerabilità regionale.
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