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Economia e Mercativenerdì 3 luglio 2026

Il petrolio ai minimi pre-bellici, ma la tregua sullo Stretto di Hormuz è fragile

I colloqui tra Washington e Teheran spingono le quotazioni sotto i 71 dollari, mentre gli analisti avvertono che la normalizzazione dei flussi è ancora parziale e i rischi geopolitici restano elevati.

Il prezzo del greggio Brent è sceso per la terza seduta consecutiva fino a 70,80 dollari al barile, il livello più basso dalla fine di febbraio, prima che il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sconvolgesse i mercati energetici globali. La flessione è stata innescata dall’annuncio del Qatar, che ha parlato di «progressi positivi» nei colloqui indiretti tra Washington e Teheran incentrati sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il memorandum d’intesa firmato a metà giugno ha già permesso la ripresa del transito delle petroliere, riportando i flussi a circa 10 milioni di barili al giorno, ancora ben al di sotto dei 18-19 milioni precedenti la guerra.

La graduale normalizzazione della via d’acqua da cui transita un quinto del petrolio mondiale sta consentendo ai produttori del Golfo di riattivare la capacità produttiva. L’Arabia Saudita ha ripristinato circa il 90% delle esportazioni pre-belliche, gli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto a giugno il tasso di export più alto dal 2017, mentre il Kuwait ha più che raddoppiato la produzione mensile. Secondo gli analisti energetici con sede nel Golfo, tuttavia, l’attuale ripresa rappresenta una «situazione temporanea» e non un recupero stabile: per un riequilibrio duraturo serviranno mesi, e le minacce del comando militare congiunto iraniano, che giovedì ha promesso una «risposta immediata e vigorosa» a qualsiasi deviazione dalle rotte approvate, confermano la precarietà del quadro.

Le valutazioni degli istituti finanziari occidentali divergono da quelle degli esperti regionali. Grandi banche d’affari come UBS e Citibank hanno rivisto al ribasso le stime sui prezzi, scommettendo su un ulteriore aumento delle forniture: UBS ha tagliato di 25 dollari la previsione per il Brent nel terzo trimestre, portandola a 80 dollari, mentre Citibank vede il greggio a 65 dollari nel 2027. Al contrario, analisti mediorientali come Mohammed al-Shatti ritengono che i prezzi siano «molto al di sotto di quanto dovrebbero» e che il mercato sia esposto a un rialzo in caso di stallo negoziale o escalation. Per l’Europa e l’Italia, la discesa dei corsi offre un sollievo temporaneo ai costi energetici, ma la dipendenza dalle rotte mediorientali mantiene elevata la vulnerabilità a nuovi shock.

Il prossimo appuntamento diplomatico è atteso dopo i funerali della Guida suprema Ali Khamenei, il 9 luglio, mentre domenica i paesi OPEC+ si riuniranno per decidere un probabile aumento delle quote produttive da agosto. La traiettoria dei prezzi dipenderà dalla capacità dei negoziati di trasformare la fragile tregua in un’intesa stabile, in un contesto in cui la retorica militare iraniana continua a ricordare che la crisi dello Stretto di Hormuz è tutt’altro che risolta.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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I prezzi del greggio sono scesi ai minimi da prima della guerra, ma gli analisti avvertono che la tregua potrebbe essere effimera. I colloqui indiretti tra Washington e Teheran hanno allentato le tensioni immediate, eppure i rischi geopolitici nello Stretto di Hormuz restano intatti. I mercati dovrebbero prepararsi a una nuova volatilità.

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I prezzi del petrolio hanno registrato un lieve rialzo, sostenuti da un cauto ottimismo per i colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran. I guadagni modesti riflettono la speranza di una stabilizzazione regionale, sebbene gli scambi siano stati ridotti alla vigilia della festa dell'Indipendenza americana. Gli investitori restano vigili ma fiduciosi.

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venerdì 3 luglio 2026

Il petrolio ai minimi pre-bellici, ma la tregua sullo Stretto di Hormuz è fragile

I colloqui tra Washington e Teheran spingono le quotazioni sotto i 71 dollari, mentre gli analisti avvertono che la normalizzazione dei flussi è ancora parziale e i rischi geopolitici restano elevati.

Il prezzo del greggio Brent è sceso per la terza seduta consecutiva fino a 70,80 dollari al barile, il livello più basso dalla fine di febbraio, prima che il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sconvolgesse i mercati energetici globali. La flessione è stata innescata dall’annuncio del Qatar, che ha parlato di «progressi positivi» nei colloqui indiretti tra Washington e Teheran incentrati sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il memorandum d’intesa firmato a metà giugno ha già permesso la ripresa del transito delle petroliere, riportando i flussi a circa 10 milioni di barili al giorno, ancora ben al di sotto dei 18-19 milioni precedenti la guerra.

La graduale normalizzazione della via d’acqua da cui transita un quinto del petrolio mondiale sta consentendo ai produttori del Golfo di riattivare la capacità produttiva. L’Arabia Saudita ha ripristinato circa il 90% delle esportazioni pre-belliche, gli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto a giugno il tasso di export più alto dal 2017, mentre il Kuwait ha più che raddoppiato la produzione mensile. Secondo gli analisti energetici con sede nel Golfo, tuttavia, l’attuale ripresa rappresenta una «situazione temporanea» e non un recupero stabile: per un riequilibrio duraturo serviranno mesi, e le minacce del comando militare congiunto iraniano, che giovedì ha promesso una «risposta immediata e vigorosa» a qualsiasi deviazione dalle rotte approvate, confermano la precarietà del quadro.

Le valutazioni degli istituti finanziari occidentali divergono da quelle degli esperti regionali. Grandi banche d’affari come UBS e Citibank hanno rivisto al ribasso le stime sui prezzi, scommettendo su un ulteriore aumento delle forniture: UBS ha tagliato di 25 dollari la previsione per il Brent nel terzo trimestre, portandola a 80 dollari, mentre Citibank vede il greggio a 65 dollari nel 2027. Al contrario, analisti mediorientali come Mohammed al-Shatti ritengono che i prezzi siano «molto al di sotto di quanto dovrebbero» e che il mercato sia esposto a un rialzo in caso di stallo negoziale o escalation. Per l’Europa e l’Italia, la discesa dei corsi offre un sollievo temporaneo ai costi energetici, ma la dipendenza dalle rotte mediorientali mantiene elevata la vulnerabilità a nuovi shock.

Il prossimo appuntamento diplomatico è atteso dopo i funerali della Guida suprema Ali Khamenei, il 9 luglio, mentre domenica i paesi OPEC+ si riuniranno per decidere un probabile aumento delle quote produttive da agosto. La traiettoria dei prezzi dipenderà dalla capacità dei negoziati di trasformare la fragile tregua in un’intesa stabile, in un contesto in cui la retorica militare iraniana continua a ricordare che la crisi dello Stretto di Hormuz è tutt’altro che risolta.

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AllarmeScetticismo

I prezzi del greggio sono scesi ai minimi da prima della guerra, ma gli analisti avvertono che la tregua potrebbe essere effimera. I colloqui indiretti tra Washington e Teheran hanno allentato le tensioni immediate, eppure i rischi geopolitici nello Stretto di Hormuz restano intatti. I mercati dovrebbero prepararsi a una nuova volatilità.

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I prezzi del petrolio hanno registrato un lieve rialzo, sostenuti da un cauto ottimismo per i colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran. I guadagni modesti riflettono la speranza di una stabilizzazione regionale, sebbene gli scambi siano stati ridotti alla vigilia della festa dell'Indipendenza americana. Gli investitori restano vigili ma fiduciosi.

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