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Economia e Mercatisabato 27 giugno 2026

Milei allenta i prestiti in dollari e prepara i «passaporti dorati» per attrarre capitali

Il governo argentino punta a incanalare la liquidità in valuta forte e a reperire fondi per il debito, tra memorie della crisi del 2001 e lo scetticismo dell’Unione Europea.

Il governo di Javier Milei ha modificato una norma cardine ereditata dalla crisi del 2001, consentendo anche alle imprese senza ricavi in valuta estera di accedere a prestiti in dollari, purché garantiti da un’azienda esportatrice. La decisione arriva mentre i depositi privati in dollari nel sistema finanziario argentino hanno superato i 39 miliardi, il livello più alto dalla fine della convertibilidad, e i prestiti in valuta toccano i 23,5 miliardi. L’obiettivo dichiarato è mettere a frutto una liquidità finora in gran parte inutilizzata, offrendo credito a tassi più bassi di quelli in pesos.

La mossa risveglia i fantasmi del tracollo bancario di un quarto di secolo fa, quando i prestiti in dollari a soggetti senza copertura cambiarie innescarono una delle peggiori crisi della storia argentina. Per questo la nuova regolamentazione impone garanzie reali fornite da esportatori, un filtro che secondo gli economisti di Buenos Aires potrà funzionare solo se le banche manterranno standard di valutazione rigorosi. L’agenzia Moody’s ha avvertito che in un contesto di volatilità del cambio la qualità del credito dipenderà dalla solidità finanziaria del garante, e che il debitore originario resta esposto a un deterioramento della propria capacità di rimborso.

Parallelamente, il governo prepara un programma di «passaporti dorati» che, secondo quanto anticipato dalla stampa internazionale, potrebbe essere lanciato entro l’anno. La bozza prevede la cittadinanza argentina in cambio di un versamento a fondo perduto di circa 500 mila dollari o dell’acquisto di titoli di Stato a cedola zero per un milione. L’esecutivo punta a raccogliere decine di miliardi per far fronte alle scadenze del debito, evitando di tornare sui mercati internazionali dopo la ristrutturazione del 2020. I consulenti che hanno lavorato al progetto sottolineano che il passaporto argentino garantisce l’accesso senza visto a quasi 170 Paesi, un vantaggio competitivo rispetto ad altri programmi simili, e che il costo sarebbe inferiore a quello dei visti per investitori della Nuova Zelanda.

L’iniziativa si scontra però con la tendenza opposta in Europa. L’Unione Europea ha vietato nel 2022 i programmi di cittadinanza per investimento, ritenendoli un veicolo per corruzione e riciclaggio, e il Regno Unito ha chiuso la propria «golden visa» nello stesso anno. Bruxelles guarda con preoccupazione a qualsiasi schema che possa offrire un accesso agevolato allo spazio Schengen, e non è un caso che Buenos Aires abbia già inasprito le norme migratorie in preparazione del nuovo strumento. Il ministero dell’Economia argentino non ha commentato ufficialmente, mentre il dibattito interno si concentra sui rischi reputazionali e sulla tenuta costituzionale di una cittadinanza venduta senza obbligo di residenza. Il prossimo passaggio concreto sarà la presentazione formale del decreto attuativo, attesa nei prossimi mesi.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Il governo argentino dispiega due strade per attrarre dollari: da un lato allenta le regole sui prestiti in valuta estera per le imprese senza ricavi da export, risvegliando gli echi della crisi del 2001; dall'altro prepara un programma di 'passaporti dorati' per scambiare cittadinanza con investimenti. La liberalizzazione del credito solleva timori di ripetere errori passati, mentre lo schema dei passaporti viene dipinto come una mossa disperata per ripagare il debito.

Stampa atlantica / anglosfera/ Economica
ScetticismoPaternalismo

Un'Argentina a corto di liquidità sta tramando un programma di 'passaporti dorati' per vendere la cittadinanza a facoltosi stranieri e ripagare i debiti. L'iniziativa, voluta dal presidente Milei, renderebbe il paese uno dei più grandi al mondo a offrire la cittadinanza in cambio di denaro, dipingendo l'operazione come una svendita pragmatica ma poco edificante dell'identità nazionale.

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sabato 27 giugno 2026

Milei allenta i prestiti in dollari e prepara i «passaporti dorati» per attrarre capitali

Il governo argentino punta a incanalare la liquidità in valuta forte e a reperire fondi per il debito, tra memorie della crisi del 2001 e lo scetticismo dell’Unione Europea.

Il governo di Javier Milei ha modificato una norma cardine ereditata dalla crisi del 2001, consentendo anche alle imprese senza ricavi in valuta estera di accedere a prestiti in dollari, purché garantiti da un’azienda esportatrice. La decisione arriva mentre i depositi privati in dollari nel sistema finanziario argentino hanno superato i 39 miliardi, il livello più alto dalla fine della convertibilidad, e i prestiti in valuta toccano i 23,5 miliardi. L’obiettivo dichiarato è mettere a frutto una liquidità finora in gran parte inutilizzata, offrendo credito a tassi più bassi di quelli in pesos.

La mossa risveglia i fantasmi del tracollo bancario di un quarto di secolo fa, quando i prestiti in dollari a soggetti senza copertura cambiarie innescarono una delle peggiori crisi della storia argentina. Per questo la nuova regolamentazione impone garanzie reali fornite da esportatori, un filtro che secondo gli economisti di Buenos Aires potrà funzionare solo se le banche manterranno standard di valutazione rigorosi. L’agenzia Moody’s ha avvertito che in un contesto di volatilità del cambio la qualità del credito dipenderà dalla solidità finanziaria del garante, e che il debitore originario resta esposto a un deterioramento della propria capacità di rimborso.

Parallelamente, il governo prepara un programma di «passaporti dorati» che, secondo quanto anticipato dalla stampa internazionale, potrebbe essere lanciato entro l’anno. La bozza prevede la cittadinanza argentina in cambio di un versamento a fondo perduto di circa 500 mila dollari o dell’acquisto di titoli di Stato a cedola zero per un milione. L’esecutivo punta a raccogliere decine di miliardi per far fronte alle scadenze del debito, evitando di tornare sui mercati internazionali dopo la ristrutturazione del 2020. I consulenti che hanno lavorato al progetto sottolineano che il passaporto argentino garantisce l’accesso senza visto a quasi 170 Paesi, un vantaggio competitivo rispetto ad altri programmi simili, e che il costo sarebbe inferiore a quello dei visti per investitori della Nuova Zelanda.

L’iniziativa si scontra però con la tendenza opposta in Europa. L’Unione Europea ha vietato nel 2022 i programmi di cittadinanza per investimento, ritenendoli un veicolo per corruzione e riciclaggio, e il Regno Unito ha chiuso la propria «golden visa» nello stesso anno. Bruxelles guarda con preoccupazione a qualsiasi schema che possa offrire un accesso agevolato allo spazio Schengen, e non è un caso che Buenos Aires abbia già inasprito le norme migratorie in preparazione del nuovo strumento. Il ministero dell’Economia argentino non ha commentato ufficialmente, mentre il dibattito interno si concentra sui rischi reputazionali e sulla tenuta costituzionale di una cittadinanza venduta senza obbligo di residenza. Il prossimo passaggio concreto sarà la presentazione formale del decreto attuativo, attesa nei prossimi mesi.

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Il governo argentino dispiega due strade per attrarre dollari: da un lato allenta le regole sui prestiti in valuta estera per le imprese senza ricavi da export, risvegliando gli echi della crisi del 2001; dall'altro prepara un programma di 'passaporti dorati' per scambiare cittadinanza con investimenti. La liberalizzazione del credito solleva timori di ripetere errori passati, mentre lo schema dei passaporti viene dipinto come una mossa disperata per ripagare il debito.

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Un'Argentina a corto di liquidità sta tramando un programma di 'passaporti dorati' per vendere la cittadinanza a facoltosi stranieri e ripagare i debiti. L'iniziativa, voluta dal presidente Milei, renderebbe il paese uno dei più grandi al mondo a offrire la cittadinanza in cambio di denaro, dipingendo l'operazione come una svendita pragmatica ma poco edificante dell'identità nazionale.

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