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Geopolitica e Politicagiovedì 2 luglio 2026

Cuba si prepara al conflitto, ma Trump parla di riavvicinamento: la doppia partita dell’Avana

Il presidente Díaz-Canel respinge le minacce statunitensi e denuncia una guerra psicologica, mentre Washington alterna sanzioni e segnali di dialogo.

In un’intervista alla britannica Sky News, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha dichiarato che il suo Paese «non teme» una guerra con gli Stati Uniti e si sta preparando «perché non ci colga di sorpresa né siamo sconfitti». La risposta arriva dopo mesi di pressioni militari ed economiche da parte di Washington e a poche ore da un’affermazione del presidente Donald Trump secondo cui, «dopo molti decenni, Cuba si sta avvicinando alla nostra orbita». Le due dichiarazioni disegnano un paradosso: mentre L’Avana alza i toni difensivi fino a evocare la lotta «fino all’ultima goccia di sangue», la Casa Bianca lascia filtrare un’apertura che contrasta con l’inasprimento simultaneo delle sanzioni.

Secondo fonti vicine al governo cubano, la retorica statunitense è parte di una «strategia di intossicazione mediatica e guerra psicologica» volta a destabilizzare l’isola. Díaz-Canel ha accusato l’amministrazione Trump di aver detto «molte bugie» e manipolato l’opinione pubblica internazionale, mentre Cuba affronta un punto di «massima pressione»: da gennaio 2026 sono state imposte oltre 240 misure restrittive, tra cui sanzioni personali contro lo stesso presidente e sua moglie, il blocco petrolifero e sanzioni secondarie che hanno spinto operatori alberghieri e minerari stranieri ad abbandonare il Paese. La crisi energetica, aggravata dall’assedio sui carburanti, ha portato l’isola sull’orlo di una crisi umanitaria, come segnalato dalle Nazioni Unite. In questo quadro, L’Avana ha chiesto una sessione straordinaria dell’Assemblea Generale dell’Onu per il 7 luglio, per condannare l’inasprimento dell’embargo.

Nell’ottica di Washington, le recenti riforme economiche cubane – che prevedono privatizzazioni, apertura al mercato e riduzione del controllo statale – sono state liquidate come «segnali di fumo superficiali». Il Dipartimento di Stato, secondo fonti diplomatiche europee, ritiene che le misure non siano sufficienti a soddisfare le richieste di un cambiamento politico. Sul piano militare, la portaerei USS Nimitz è stata dispiegata nei Caraibi a maggio e il Pentagono mantiene forze in stato di allerta. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che non ci sarà accordo finché rimarrà al potere il regime castrista, e ha annunciato l’arresto di un cittadino cubano legato all’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli, accusato di attività sovversive. Parallelamente, Trump ha sorpreso gli osservatori affermando che Cuba «si sta avvicinando», un’uscita interpretata da alcuni analisti latinoamericani come un tentativo di tenere aperto un canale negoziale senza allentare la pressione.

Da Bruxelles e da diverse capitali europee, inclusa Roma, si guarda con preoccupazione all’escalation, temendo ripercussioni sui flussi migratori e sulla stabilità regionale. I colloqui bilaterali tra Stati Uniti e Cuba, secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez, non hanno registrato «alcun progresso». La sessione Onu del 7 luglio rappresenta il prossimo passaggio formale: un banco di prova per misurare il consenso internazionale attorno alla richiesta cubana di allentare l’embargo, mentre sul terreno la combinazione di riforme economiche incerte e pressione esterna massima continua a logorare il tessuto sociale dell’isola.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa iraniana e affiniStampa latinoamericana
Stampa iraniana e affini/ Regime
AllarmeTrionfoRevanscismo

La risposta schiacciante del presidente cubano alle minacce di Trump mostra che l'isola non cederà mai la propria sovranità. L'Avana è pronta a difendersi fino all'ultima goccia di sangue, respingendo ogni illusione di disgelo. Questa posizione eroica rafforza il fronte globale anti-imperialista.

Stampa latinoamericana/ Bolivariana / progressista
AllarmeIndignazioneRevanscismo

Cuba è un paese di pace che non cerca la guerra, ma non si lascia intimidire dalle minacce di Washington. La retorica di Trump viene denunciata come guerra psicologica e intossicazione mediatica per destabilizzare l'isola. I preparativi sono puramente difensivi, per evitare sorprese e sconfitte.

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giovedì 2 luglio 2026

Cuba si prepara al conflitto, ma Trump parla di riavvicinamento: la doppia partita dell’Avana

Il presidente Díaz-Canel respinge le minacce statunitensi e denuncia una guerra psicologica, mentre Washington alterna sanzioni e segnali di dialogo.

In un’intervista alla britannica Sky News, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha dichiarato che il suo Paese «non teme» una guerra con gli Stati Uniti e si sta preparando «perché non ci colga di sorpresa né siamo sconfitti». La risposta arriva dopo mesi di pressioni militari ed economiche da parte di Washington e a poche ore da un’affermazione del presidente Donald Trump secondo cui, «dopo molti decenni, Cuba si sta avvicinando alla nostra orbita». Le due dichiarazioni disegnano un paradosso: mentre L’Avana alza i toni difensivi fino a evocare la lotta «fino all’ultima goccia di sangue», la Casa Bianca lascia filtrare un’apertura che contrasta con l’inasprimento simultaneo delle sanzioni.

Secondo fonti vicine al governo cubano, la retorica statunitense è parte di una «strategia di intossicazione mediatica e guerra psicologica» volta a destabilizzare l’isola. Díaz-Canel ha accusato l’amministrazione Trump di aver detto «molte bugie» e manipolato l’opinione pubblica internazionale, mentre Cuba affronta un punto di «massima pressione»: da gennaio 2026 sono state imposte oltre 240 misure restrittive, tra cui sanzioni personali contro lo stesso presidente e sua moglie, il blocco petrolifero e sanzioni secondarie che hanno spinto operatori alberghieri e minerari stranieri ad abbandonare il Paese. La crisi energetica, aggravata dall’assedio sui carburanti, ha portato l’isola sull’orlo di una crisi umanitaria, come segnalato dalle Nazioni Unite. In questo quadro, L’Avana ha chiesto una sessione straordinaria dell’Assemblea Generale dell’Onu per il 7 luglio, per condannare l’inasprimento dell’embargo.

Nell’ottica di Washington, le recenti riforme economiche cubane – che prevedono privatizzazioni, apertura al mercato e riduzione del controllo statale – sono state liquidate come «segnali di fumo superficiali». Il Dipartimento di Stato, secondo fonti diplomatiche europee, ritiene che le misure non siano sufficienti a soddisfare le richieste di un cambiamento politico. Sul piano militare, la portaerei USS Nimitz è stata dispiegata nei Caraibi a maggio e il Pentagono mantiene forze in stato di allerta. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che non ci sarà accordo finché rimarrà al potere il regime castrista, e ha annunciato l’arresto di un cittadino cubano legato all’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli, accusato di attività sovversive. Parallelamente, Trump ha sorpreso gli osservatori affermando che Cuba «si sta avvicinando», un’uscita interpretata da alcuni analisti latinoamericani come un tentativo di tenere aperto un canale negoziale senza allentare la pressione.

Da Bruxelles e da diverse capitali europee, inclusa Roma, si guarda con preoccupazione all’escalation, temendo ripercussioni sui flussi migratori e sulla stabilità regionale. I colloqui bilaterali tra Stati Uniti e Cuba, secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez, non hanno registrato «alcun progresso». La sessione Onu del 7 luglio rappresenta il prossimo passaggio formale: un banco di prova per misurare il consenso internazionale attorno alla richiesta cubana di allentare l’embargo, mentre sul terreno la combinazione di riforme economiche incerte e pressione esterna massima continua a logorare il tessuto sociale dell’isola.

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La risposta schiacciante del presidente cubano alle minacce di Trump mostra che l'isola non cederà mai la propria sovranità. L'Avana è pronta a difendersi fino all'ultima goccia di sangue, respingendo ogni illusione di disgelo. Questa posizione eroica rafforza il fronte globale anti-imperialista.

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Cuba è un paese di pace che non cerca la guerra, ma non si lascia intimidire dalle minacce di Washington. La retorica di Trump viene denunciata come guerra psicologica e intossicazione mediatica per destabilizzare l'isola. I preparativi sono puramente difensivi, per evitare sorprese e sconfitte.

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