
Ankara, la Nato al bivio: spese, Iran e il progetto di una banca della difesa
Al vertice di Ankara del 7-8 luglio l’Alleanza affronta la richiesta americana di portare la spesa militare al 5% del Pil, le fratture sulla guerra in Iran e la spinta canadese per un nuovo istituto di credito destinato alle «medie potenze».
Il vertice Nato di Ankara si apre in un clima che il segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito «probabilmente il più importante della storia dell’organizzazione». Al centro dei lavori, in programma il 7 e 8 luglio, c’è la richiesta di Washington di innalzare la spesa militare di tutti gli alleati ad almeno il 5% del Pil entro il 2035, accompagnata da una revisione della presenza militare statunitense in Europa che, secondo il Pentagono, dovrà cedere agli europei «la responsabilità principale della difesa del continente». A rendere più aspro il confronto contribuisce la crisi diplomatica aperta con l’Italia, rea di non aver concesso l’uso delle basi in Sicilia per le operazioni di rifornimento durante la campagna contro l’Iran e di aver rivendicato, nelle parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il rispetto delle procedure parlamentari e dell’interesse nazionale.
Secondo fonti diplomatiche europee, la pressione americana viene letta come il tentativo di ridurre una «codipendenza non salutare» in un momento in cui gli Stati Uniti sono impegnati su più teatri. Il generale Alexus Grynkewich ha confermato che gli alleati europei hanno già colmato in poche settimane la maggior parte delle lacune lasciate dalla riduzione del contributo americano ai piani di difesa comuni. In questo quadro si inserisce l’iniziativa canadese per la creazione di una Defence, Security and Resilience Bank (DSRB), un istituto multilaterale capace di raccogliere fino a 100 miliardi di sterline in finanziamenti a basso costo per l’industria della difesa e le infrastrutture militari. Il progetto, promosso dal premier Mark Carney come risposta alla frammentazione dell’ordine guidato da Washington, dovrebbe essere annunciato ad Ankara con una decina di membri fondatori, in prevalenza europei, mentre la Corea del Sud valuta un ingresso successivo e nessun altro paese del G7 è al momento vicino all’adesione.
La frattura con l’Italia, esplosa dopo che Trump ha accusato Meloni di averlo «pregato» per una foto al G7 e ha quantificato in 48,8 miliardi di dollari la spesa italiana per la Nato a fronte dei 999 miliardi americani, ha avuto conseguenze diplomatiche immediate: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato la missione negli Stati Uniti, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di «scivolone di stile». Proprio Crosetto, in un’intervista a La Stampa, ha tuttavia offerto la disponibilità italiana a partecipare a una nuova missione di peace enforcement in Libano, sotto egida Onu e con il consenso di Beirut, per sostituire l’Unifil e contribuire al disarmo di Hezbollah, in sintonia con le intese raggiunte al Dipartimento di Stato tra Washington, Beirut e Gerusalemme. Un’apertura che, nell’ottica di Bruxelles, potrebbe rappresentare un canale di dialogo, mentre la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha ribadito che «l’Europa deve assumersi una maggiore responsabilità per la propria sicurezza» e ha indicato nell’Italia un «pilastro della base industriale della difesa comune».
Sullo sfondo restano la guerra in Ucraina – con la promessa di adesione alla Nato «un giorno» ma senza calendario – e l’allarme lanciato dal segretario generale Mark Rutte, secondo cui la Russia potrebbe essere pronta a usare la forza contro l’Alleanza entro cinque anni. Il vertice di Ankara si presenta perciò come un banco di prova per la tenuta del legame transatlantico: da un lato la richiesta americana di «lealtà» e di una più equa ripartizione degli oneri, dall’altro la ricerca europea e canadese di strumenti che garantiscano autonomia strategica senza rompere l’unità dell’Alleanza. L’esito dei negoziati sulla banca della difesa e l’eventuale accordo sulle nuove soglie di spesa saranno i primi indicatori concreti della direzione che prenderà la Nato dopo Ankara.
| Stampa europea continentale | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | −0.70 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.20 | neutral |
L'Europa si fa portavoce di una posizione unitaria: il vertice è un banco di prova per l'autonomia strategica, minacciata dalle richieste unilaterali di Washington.
Il resoconto trasforma le divisioni interne in una narrazione di resistenza collettiva, presentando la posizione europea come naturale e inevitabile.
Non viene dato spazio alle argomentazioni russe sulla sicurezza, né alle critiche interne europee verso una maggiore spesa militare.
La Russia denuncia il vertice come un'aggressione mascherata da difesa, e avverte che ogni mossa NATO avrà una risposta proporzionata.
Si equipara l'espansione NATO a un attacco, legittimando così una reazione militare simmetrica e presentando la Russia come vittima costretta a difendersi.
Viene omesso il contesto delle richieste di garanzie di sicurezza da parte dell'Ucraina e il ruolo dell'invasione russa come causa della tensione.
L'alleanza si presenta come un baluardo necessario: le divergenze sono normali, ma la minaccia comune richiede coesione e pragmatismo.
Si gerarchizzano le minacce (Russia, terrorismo) per sminuire le divisioni interne e giustificare la continuità dell'impegno NATO.
Non si approfondiscono le critiche europee all'egemonia statunitense né le conseguenze di un eventuale disimpegno americano.
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