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Società e Culturadomenica 28 giugno 2026

Istanbul, fischi e manette: il Pride sfida il divieto e la repressione

Nel cuore di Istanbul, il corteo Lgbtq+ vietato dalle autorità si è scontrato con la repressione della polizia: oltre cinquanta arresti, tra cui la giornalista Müberra Ünsal, e la chiusura di un bar gay su pressioni islamiste.

Un fischio insistente, un grido di sfida, poi il cerchio degli agenti in borghese che si stringe. Tra le vie laterali di İstiklal Caddesi, nel cuore di Istanbul, domenica pomeriggio la scena si è ripetuta decine di volte: piccoli gruppi tentavano di radunarsi per il Pride, nonostante il divieto delle autorità, e in pochi minuti venivano accerchiati, fermati, caricati su furgoni della polizia. Secondo gli organizzatori, almeno cinquanta persone sono finite in custodia, tra loro Müberra Ünsal, giornalista con regolare tessera stampa che si è vista trascinare via mentre ripeteva la propria identità professionale. La polizia aveva blindato piazza Taksim con barriere metalliche, chiuso stazioni della metropolitana e vietato qualsiasi assembramento nel quartiere di Kadıköy, sulla sponda asiatica.

La marcia dell’orgoglio Lgbtq+ a Istanbul è ufficialmente proibita dal 2015; da allora, ogni tentativo di manifestare è stato sistematicamente represso con centinaia di arresti. Eppure, anche quest’anno la comunità ha deciso di uscire allo scoperto, cantando inni di Resistenza: «La giornata non è finita, anzi, siamo solo all’inizio. Non ci arrenderemo, continueremo a scendere in piazza, ovunque ci troviamo». Mentre risuonavano questi slogan, sul palazzo dell’Ordine degli avvocati di Istanbul campeggiava uno striscione con la scritta «Lgbt è diritti umani».

La repressione del Pride avviene in un clima di crescente ostilità istituzionale verso le persone omosessuali e transgender, alimentata dalle dichiarazioni del presidente Recep Tayyip Erdoğan che in più occasioni ha addossato alla comunità la responsabilità del calo delle nascite nel paese. L’omosessualità non è reato in Turchia, ma l’offensiva politica e sociale si intensifica: solo il giorno prima, le autorità avevano chiuso un bar gay di Istanbul, il Mask, senza specificare le infrazioni contestate, dopo una campagna di pressione sui social media condotta da gruppi islamisti. L’obiettivo era impedire lo scalo in città di una crociera Lgbtq+ prevista per l’8 luglio – tappa poi cancellata dagli organizzatori.

Per molti osservatori internazionali, e in particolare per le diplomazie europee, la stretta sul Pride è il sintomo di una deriva autoritaria più ampia, che allontana la Turchia dai valori democratici condivisi con l’Unione Europea, di cui Ankara è ancora formalmente candidata all’adesione. Il sindacato dei giornalisti turchi ha denunciato le «interferenze illegali» subite dai cronisti che tentavano di documentare la protesta, sottolineando come anche quest’anno il diritto di cronaca sia stato calpestato. In Italia, dove la comunità Lgbtq+ guarda con apprensione a quanto accade oltre il Mediterraneo, il racconto della giornata ha suscitato solidarietà e preoccupazione.

Nel tardo pomeriggio, mentre il sole calava sul Bosforo, il quartiere di Beyoğlu era tornato a un’apparente normalità: i turisti affollavano i negozi di dolci, i tram sferragliavano lungo İstiklal. Solo lo striscione dell’Ordine degli avvocati, ancora appeso alla facciata, ricordava che poche ore prima quella stessa via era stata teatro di una battaglia silenziosa per la visibilità e i diritti.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa europea continentaleStampa arabo levante-Maghreb
Stampa europea continentale
IndignazioneAllarme

La parata del Pride a Istanbul, vietata dalle autorità, è stata repressa con durezza: almeno 50 arresti, tra cui una giornalista. Gli articoli sottolineano la repressione dei diritti LGBTQ+ sotto il governo Erdogan e condannano la violazione della libertà di riunione.

Stampa arabo levante-Maghreb
DistaccoPragmatismo

Le autorità hanno vietato la marcia del Pride a Istanbul per motivi di sicurezza, e la polizia ha fermato decine di persone, inclusa una giornalista. I resoconti si concentrano sulle misure di sicurezza adottate e sulla condanna degli attivisti contro il divieto.

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domenica 28 giugno 2026

Istanbul, fischi e manette: il Pride sfida il divieto e la repressione

Nel cuore di Istanbul, il corteo Lgbtq+ vietato dalle autorità si è scontrato con la repressione della polizia: oltre cinquanta arresti, tra cui la giornalista Müberra Ünsal, e la chiusura di un bar gay su pressioni islamiste.

Un fischio insistente, un grido di sfida, poi il cerchio degli agenti in borghese che si stringe. Tra le vie laterali di İstiklal Caddesi, nel cuore di Istanbul, domenica pomeriggio la scena si è ripetuta decine di volte: piccoli gruppi tentavano di radunarsi per il Pride, nonostante il divieto delle autorità, e in pochi minuti venivano accerchiati, fermati, caricati su furgoni della polizia. Secondo gli organizzatori, almeno cinquanta persone sono finite in custodia, tra loro Müberra Ünsal, giornalista con regolare tessera stampa che si è vista trascinare via mentre ripeteva la propria identità professionale. La polizia aveva blindato piazza Taksim con barriere metalliche, chiuso stazioni della metropolitana e vietato qualsiasi assembramento nel quartiere di Kadıköy, sulla sponda asiatica.

La marcia dell’orgoglio Lgbtq+ a Istanbul è ufficialmente proibita dal 2015; da allora, ogni tentativo di manifestare è stato sistematicamente represso con centinaia di arresti. Eppure, anche quest’anno la comunità ha deciso di uscire allo scoperto, cantando inni di Resistenza: «La giornata non è finita, anzi, siamo solo all’inizio. Non ci arrenderemo, continueremo a scendere in piazza, ovunque ci troviamo». Mentre risuonavano questi slogan, sul palazzo dell’Ordine degli avvocati di Istanbul campeggiava uno striscione con la scritta «Lgbt è diritti umani».

La repressione del Pride avviene in un clima di crescente ostilità istituzionale verso le persone omosessuali e transgender, alimentata dalle dichiarazioni del presidente Recep Tayyip Erdoğan che in più occasioni ha addossato alla comunità la responsabilità del calo delle nascite nel paese. L’omosessualità non è reato in Turchia, ma l’offensiva politica e sociale si intensifica: solo il giorno prima, le autorità avevano chiuso un bar gay di Istanbul, il Mask, senza specificare le infrazioni contestate, dopo una campagna di pressione sui social media condotta da gruppi islamisti. L’obiettivo era impedire lo scalo in città di una crociera Lgbtq+ prevista per l’8 luglio – tappa poi cancellata dagli organizzatori.

Per molti osservatori internazionali, e in particolare per le diplomazie europee, la stretta sul Pride è il sintomo di una deriva autoritaria più ampia, che allontana la Turchia dai valori democratici condivisi con l’Unione Europea, di cui Ankara è ancora formalmente candidata all’adesione. Il sindacato dei giornalisti turchi ha denunciato le «interferenze illegali» subite dai cronisti che tentavano di documentare la protesta, sottolineando come anche quest’anno il diritto di cronaca sia stato calpestato. In Italia, dove la comunità Lgbtq+ guarda con apprensione a quanto accade oltre il Mediterraneo, il racconto della giornata ha suscitato solidarietà e preoccupazione.

Nel tardo pomeriggio, mentre il sole calava sul Bosforo, il quartiere di Beyoğlu era tornato a un’apparente normalità: i turisti affollavano i negozi di dolci, i tram sferragliavano lungo İstiklal. Solo lo striscione dell’Ordine degli avvocati, ancora appeso alla facciata, ricordava che poche ore prima quella stessa via era stata teatro di una battaglia silenziosa per la visibilità e i diritti.

Divergenza delle fonti

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La parata del Pride a Istanbul, vietata dalle autorità, è stata repressa con durezza: almeno 50 arresti, tra cui una giornalista. Gli articoli sottolineano la repressione dei diritti LGBTQ+ sotto il governo Erdogan e condannano la violazione della libertà di riunione.

Stampa arabo levante-Maghreb
DistaccoPragmatismo

Le autorità hanno vietato la marcia del Pride a Istanbul per motivi di sicurezza, e la polizia ha fermato decine di persone, inclusa una giornalista. I resoconti si concentrano sulle misure di sicurezza adottate e sulla condanna degli attivisti contro il divieto.

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