
Putin ammette la carenza di benzina: la Russia valuta import e standard Euro-2
La crisi del carburante, innescata dagli attacchi ucraini alle raffinerie, costringe Mosca a misure d’emergenza e a rivedere le norme ambientali.
Per la prima volta dall’inizio del conflitto, Vladimir Putin ha riconosciuto pubblicamente che la Russia sta affrontando una carenza di carburante. In un’intervista televisiva, il presidente ha ammesso che gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche «creano problemi» e che si osservano «alcune carenze, ma non critiche». Eppure, le immagini di code chilometriche alle stazioni di servizio, i limiti all’acquisto imposti in oltre quaranta regioni e le misure di razionamento raccontano una realtà ben più grave per il terzo produttore mondiale di petrolio. La crisi, partita dalla Crimea annessa, si è estesa fino a Mosca, dove alcuni distributori sono chiusi e altri erogano non più di venti litri a veicolo.
La causa immediata è la campagna sistematica di Kiev contro le raffinerie e i depositi russi. Secondo stime indipendenti, la produzione di benzina è calata di circa un quarto rispetto all’anno scorso, dopo che droni a lungo raggio hanno colpito impianti a Krasnodar, Jaroslavl e nella stessa periferia della capitale. La strategia ucraina, descritta da fonti di intelligence occidentali come un’operazione di logoramento, mira a interrompere la catena di approvvigionamento militare e a minare il consenso interno. Di fronte all’emergenza, il governo ha reagito con un pacchetto di misure che include il divieto di esportazione di benzina e cherosene, l’ipotesi di un blocco anche per il diesel e, soprattutto, la decisione di autorizzare la produzione e l’importazione di carburanti con standard Euro-2, vietati in Russia dal 2013 perché altamente inquinanti e potenzialmente dannosi per i motori moderni.
La mossa, confermata da un progetto di decreto governativo, consentirebbe di immettere sul mercato benzina e gasolio con un contenuto di zolfo fino a cinquecento milligrammi per chilo, contro i dieci dello standard Euro-5. Secondo analisti del settore energetico, ciò permetterebbe di utilizzare nafta non sottoposta a processi di raffinazione profonda, aumentando l’offerta di centinaia di migliaia di tonnellate al mese. Parallelamente, il Cremlino ha avviato colloqui con Paesi terzi per importare prodotti petroliferi: fonti di Astana hanno confermato contatti informali, ma nessun accordo è stato ancora raggiunto. Il vicepremier Aleksandr Novak guida personalmente la task force quotidiana, mentre il governatore della regione di Leningrado ha avvertito che le scorte «non sono infinite».
La crisi energetica si intreccia con i segnali di apertura al negoziato lanciati da Putin, che ha evocato gli accordi di Istanbul del 2022 e si è detto pronto a discutere. Da Kiev, però, si legge la mossa come un tentativo di guadagnare tempo mentre l’esercito ucraino continua a colpire la logistica russa. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, che importa ancora prodotti raffinati dalla Russia attraverso Paesi terzi, la situazione aggiunge un elemento di incertezza ai mercati petroliferi globali. Il prossimo banco di prova sarà la capacità di Mosca di garantire la fornitura di carburante per la campagna agricola estiva e per le vacanze, mentre gli osservatori attendono di capire se l’import e il ritorno all’Euro-2 basteranno a spegnere un malcontento che rischia di trasformarsi in una crepa nel consenso interno.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'ammissione di Putin sulla carenza di carburante è la prova che la Russia sta perdendo la guerra. Gli attacchi ucraini alle raffinerie stanno paralizzando la macchina bellica russa, e l'Occidente deve cogliere questo momento per intensificare la pressione e accelerare il collasso dell'esercito di Mosca.
La carenza di carburante in Russia, riconosciuta da Putin, mette in luce l'impatto degli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche. Il Cremlino minimizza la gravità, ma è costretto a valutare importazioni e un allentamento degli standard ambientali, una vittoria simbolica per Kiev dagli effetti ancora incerti.
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