
L’addio a Khamenei tra mobilitazione di massa e nuovi equilibri regionali
Le esequie del leader iraniano, ucciso a febbraio, mobilitano fino a 35 milioni di persone e diventano banco di prova per la successione del figlio Mojtaba e per le diplomazie internazionali.
Il 4 luglio prenderà il via a Teheran la cerimonia funebre per l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio scorso in un attacco congiunto americano-israeliano. Secondo le autorità iraniane, si tratterà di un evento senza precedenti per dimensioni e complessità logistica: le stime ufficiali parlano di un’affluenza compresa tra 18 e 35 milioni di persone, con circa 20 milioni di partecipanti attesi nella sola capitale. Per gestire l’afflusso sono stati predisposti 1,2 milioni di posti auto, chiusure programmate di stazioni della metropolitana e un dispiegamento di forze di sicurezza che include unità di terra, aria e mare dell’esercito. Il corpo del leader sarà esposto nella grande mosalla di Teheran, poi trasferito a Qom, Najaf, Karbala e infine sepolto a Mashhad il 9 luglio.
La macchina organizzativa riflette, secondo fonti vicine al governo di Teheran, la volontà di trasformare il lutto in una dimostrazione di coesione interna e di proiezione regionale. Il nuovo leader, l’ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei, figlio del defunto, ha seguito personalmente la pianificazione attraverso il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e l’ufficio della Guida. La scelta di includere le città sante irachene di Najaf e Karbala – dove Khamenei godeva dello status di marja’ (fonte di emulazione) per parte della comunità sciita – è stata interpretata da analisti mediorientali come un tentativo di rinsaldare il legame transnazionale con il mondo sciita e con le milizie alleate, in un momento in cui la Repubblica islamica cerca di riaffermare la propria centralità dopo mesi di conflitto.
Sul piano diplomatico, la partecipazione internazionale offre una mappa delle alleanze in via di ridefinizione. Secondo il segretario del comitato nazionale iraniano, delegazioni ufficiali di oltre trenta Paesi e rappresentanti religiosi di novanta nazioni hanno annunciato la presenza. L’India, invitata a livello di capo di governo, ha scelto di inviare un ministro di Stato e un governatore, una decisione che diversi commentatori di New Delhi leggono come un segnale di cautela verso Teheran, nel quadro di un riposizionamento strategico che privilegia i rapporti con Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Al contrario, l’Iraq ha istituito un comitato nazionale presieduto dal primo ministro per coordinare le cerimonie sul proprio territorio, mentre da Afghanistan e Pakistan giungono notizie di una massiccia mobilitazione popolare.
La dimensione securitaria resta centrale. Il lungo intervallo tra il decesso e le esequie – oltre quattro mesi – è stato giustificato dalle autorità iraniane con la necessità di prevenire attacchi aerei o incidenti di massa, in un contesto di guerra ancora aperta. Osservatori israeliani hanno ironizzato sulle dettagliate raccomandazioni ai partecipanti (colazione leggera, cappello, acqua ogni venti minuti), ma il dispositivo di sicurezza messo in campo – con divieto di accesso ai veicoli nel raggio di un chilometro e mezzo dalla mosalla e l’impiego di unità di pronto intervento – rivela la preoccupazione per un evento che, nelle intenzioni del nuovo establishment, deve segnare la tenuta del sistema. Le operazioni si concluderanno il 9 luglio con la sepoltura a Mashhad, mentre resta incerta la presenza pubblica del nuovo leader Mojtaba, finora quasi del tutto assente dalla scena.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La guida suprema è celebrata come martire e comandante della umma. Un imponente apparato logistico, con milioni di parcheggi e decine di migliaia di soccorritori, è stato mobilitato per accogliere i pellegrini in lutto. La cerimonia è presentata come un rinnovato giuramento di fedeltà alla rivoluzione e alla nuova leadership.
La guida iraniana distribuisce ai partecipanti istruzioni che ricordano una gita scolastica, con consigli su colazione leggera e crema solare. L'evento è descritto come un'enorme messa in scena postuma, dopo l'eliminazione del leader in un attacco congiunto. Si insinua che la mobilitazione di massa nasconda la fragilità del regime.
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