
Iran annuncia la chiusura dello Stretto di Ormuz, ma il dialogo con gli Usa prosegue in Svizzera
Mentre Teheran reagisce ai raid israeliani in Libano con un blocco navale che gli Stati Uniti smentiscono, emissari e mediatori si incontrano a Bürgenstock per dare attuazione all’intesa preliminare.
Nuovi colloqui tecnici tra Stati Uniti e Iran si apriranno domenica nella località svizzera di Bürgenstock, su iniziativa del Pakistan, che assieme al Qatar svolge un ruolo di mediazione. Lo ha confermato Islamabad, precisando che gli incontri servono a dare seguito al memorandum d’intesa firmato nei giorni scorsi nella capitale pakistana. Il vicepresidente americano JD Vance ha annunciato che si recherà in Svizzera «nei prossimi giorni», mentre i negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff sono già sul posto per curare gli aspetti tecnici. Da Teheran è partita una delegazione che – secondo fonti iraniane – include il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
L’avvio del nuovo round avviene in un clima di forte tensione, alimentato dall’annuncio iraniano di una nuova chiusura dello Stretto di Ormuz. Secondo un comunicato diffuso dalla televisione di Stato, la misura sarebbe una ritorsione contro i raid israeliani nel sud del Libano, interpretati come una violazione degli impegni assunti da Washington. Il comando centrale americano (Centcom) ha tuttavia smentito qualsiasi interruzione del traffico marittimo: secondo fonti militari statunitensi, decine di navi mercantili continuano ad attraversare lo stretto, che resta un corridoio vitale per circa un quinto del petrolio mondiale e per consistenti volumi di gas liquefatto. Eventuali blocchi prolungati avrebbero ripercussioni immediate sui prezzi energetici, con conseguenze dirette per le economie europee e per l’Italia in particolare, fortemente dipendente dalle forniture mediorientali.
L’intesa provvisoria tra Washington e Teheran, che aveva permesso la riapertura dello stretto, prevede una finestra di negoziato di sessanta giorni per affrontare il programma nucleare iraniano, lo sblocco di asset congelati e la revoca graduale delle sanzioni. Da Teheran si accusa però Israele di aver riaperto le ostilità in Libano e gli Stati Uniti di non aver garantito il rispetto del cessate il fuoco. Secondo analisti della regione, il percorso diplomatico resta fragile, sospeso tra la necessità di consolidare un accordo che coinvolge anche un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione postbellica e il rischio costante di escalation militare.
Il proseguimento delle trattative in Svizzera, con la presenza di mediatori pakistani e qatarioti, rappresenta un banco di prova per l’architettura negoziale faticosamente costruita. Per l’Europa e per l’Italia, l’esito non riguarda solo la stabilità mediorientale ma anche la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, in un momento in cui la diversificazione delle fonti resta una priorità strategica. Gli incontri tecnici di domenica e il successivo arrivo di Vance dovrebbero chiarire se le parti intendano onorare la tregua e avviare la fase di piena implementazione dell’accordo.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa latinoamericana riporta la chiusura dello Stretto di Ormuz e la mossa di Vance con un tono di scetticismo, sottolineando le tensioni crescenti e la natura incerta dei negoziati. Si evidenzia il contesto di conflitto e le contraddizioni nelle dichiarazioni, con un focus sulla fragilità del processo di pace.
La stampa indiana e sudasiatica, con il Pakistan come mediatore, riferisce l'annuncio delle discussioni tecniche con un distacco fattuale, enfatizzando la tempistica e la struttura delle trattative. Il tono è sobrio e ottimista sulla mediazione, senza drammatizzare la situazione.
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