
Il ritorno della politica industriale e le scelte che ridisegnano l’ordine globale
La Banca Mondiale archivia il dogma del mercato, mentre Teheran legge le crisi come tappe di un mondo multipolare: costi e opportunità per l’Europa.
La Banca Mondiale ha ufficialmente ribaltato decenni di ortodossia liberista: il nuovo rapporto “Industrial Policy for Development” riconosce che la politica industriale è «tornata con forza» e che 183 dei 195 Paesi del mondo già sostengono almeno un settore strategico. Il documento ammette che il vecchio consiglio di limitarsi a stabilità macroeconomica, istruzione e apertura dei mercati «ha il valore pratico di un floppy disk». Dietro la svolta, secondo gli estensori, c’è una convergenza di shock: rallentamento della crescita globale, catene di approvvigionamento messe a nudo dalla pandemia, la scala della transizione energetica, la frammentazione geopolitica e la competizione su semiconduttori e intelligenza artificiale. L’amministrazione statunitense, con il CHIPS Act da 52,7 miliardi di dollari, ha mostrato come un impegno pubblico possa attivare oltre 540 miliardi di investimenti privati, ridefinendo il calcolo dei mercati.
Dall’altra parte dello scacchiere, fonti vicine alla Guida suprema iraniana offrono una lettura complementare ma radicata in una diversa visione strategica. In una serie di interviste, l’ex ambasciatore Mohsen Pak-Aein ha descritto il nuovo ordine globale come un processo graduale, plasmato da «tempeste politiche e militari» imprevedibili: la guerra in Ucraina e l’operazione “Tempesta di al-Aqsa” del 7 ottobre sono indicate come scosse che ridisegnano gli equilibri in Eurasia e in Asia occidentale. In questa prospettiva, il ruolo degli Stati Uniti si ridimensiona, Israele è «in declino» e il potere si sposta da Occidente a Oriente, con Iran, Cina e Russia tra i protagonisti. Pak-Aein aggiunge che «nessun ordine nuovo nasce senza costi» e che l’Iran ha già pagato un prezzo in termini di leader e comandanti uccisi, sacrifici ritenuti necessari per aprire la strada a una «nuova civiltà islamica».
L’ex ambasciatore in Vaticano Mohammad Masjed-Jamei, in un’intervista separata, ha invece insistito sulla necessità di un Iran «equilibrato»: la celebre decisione dell’ayatollah Khamenei di opporsi a un intervento militare in Afghanistan dopo l’attacco dei talebani al consolato di Mazar-i-Sharif nel 1998 viene citata come esempio di scelta che ha risparmiato al Paese un conflitto lungo e imprevedibile. Masjed-Jamei ha osservato che persino i partner orientali accordano maggiore fiducia a un Iran capace di mantenere relazioni bilanciate, e che la dottrina dello “Sguardo a Est” non può tradursi in dipendenza. Questo richiamo alla moderazione tattica convive, nel dibattito interno, con la retorica del sacrificio e della transizione epocale.
Per l’Europa e l’Italia, i due movimenti – il ritorno dello Stato imprenditore e la ridefinizione multipolare degli allineamenti – si intrecciano in modo diretto. La domanda di elettricità dei data center raddoppierà entro il 2030, mentre gli approvvigionamenti di minerali critici restano esposti a controlli all’export, crisi degli stretti e dazi. Bruxelles è chiamata a decidere se dotarsi di strumenti industriali comuni paragonabili all’Inflation Reduction Act americano o al modello centralizzato cinese, senza cedere a una frammentazione che avvantaggerebbe solo i grandi attori statuali. Il dossier è aperto: la Banca Mondiale non prescrive una ricetta unica, e i prossimi vertici G7 e BRICS misureranno la distanza tra le dichiarazioni e le politiche effettive.
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Le decisioni umane, non l'inevitabilità, forgiano il futuro. Ogni generazione eredita le conseguenze delle scelte precedenti.
Si utilizza un esempio storico emblematico (Gdańsk) per universalizzare il messaggio che le scelte individuali e collettive determinano il corso della storia, rendendo plausibile l'idea che l'ordine globale sia malleabile.
Non menziona la politica industriale o gli attori specifici del riassetto globale, concentrandosi su una lezione storica astratta.
La storia si sta svolgendo; i conflitti di oggi sono parte di un processo inevitabile.
Si riduce la complessità degli eventi attuali a un'unica narrativa storica, presentandoli come fasi naturali di un processo più ampio, rendendo così plausibile l'accettazione passiva.
Non analizza la politica industriale o le strategie geopolitiche specifiche, concentrandosi su una visione deterministica della storia.
La politica industriale è di nuovo legittima; le imprese devono prepararsi a un intervento statale più incisivo.
Si cita l'autorevolezza della Banca Mondiale e il suo cambio di posizione ufficiale per legittimare il ritorno della politica industriale, presentandolo come un fatto oggettivo e non come una scelta ideologica.
Non menziona le implicazioni geopolitiche o il ruolo di attori come l'Iran, concentrandosi esclusivamente sulle conseguenze economiche per le imprese.
L'Iran è un attore centrale nel nuovo ordine globale; le sue decisioni passate dimostrano saggezza strategica.
Si utilizza l'autorità di ex diplomatici e il riferimento a decisioni passate (Afghanistan) per costruire una narrazione di lungimiranza e centralità iraniana, rendendo plausibile l'idea che l'Iran sia un protagonista inevitabile del riassetto globale.
Non menziona la politica industriale o il ruolo della Banca Mondiale, concentrandosi esclusivamente sulla posizione geopolitica dell'Iran.
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