
Il grande ring si inceppa: rinvii, cause e il peso dei contratti
Il rinvio a tempo indeterminato del rematch Mayweather-Pacquiao è solo la punta di un iceberg fatto di battaglie legali, veti incrociati e una guerra fredda tra circuiti che sta ridisegnando la geografia della boxe mondiale.
Il rematch tra Floyd Mayweather e Manny Pacquiao, atteso per settembre, è stato rinviato a tempo indeterminato. L’annuncio è arrivato venerdì dal campo filippino, che ha attribuito lo stop a «un mix volatile di cause federali, sovrapposizioni di impegni e paralisi finanziaria che circondano interamente il team Mayweather». La notizia è giunta poche ore dopo che un’esibizione di Mayweather in Grecia era stata annullata a causa di un’ingiunzione richiesta da una società legata proprio all’incontro con Pacquiao. La CSI, società di eventi, ha citato in giudizio Mayweather la scorsa settimana per recuperare almeno 4,65 milioni di dollari versati per i diritti esclusivi di promozione del rematch e di un altro match-esibizione con Mike Tyson, mai concretizzatosi. Secondo fonti vicine al team Pacquiao, qualora Mayweather e la CSI risolvessero la disputa in via stragiudiziale, i promoter virerebbero immediatamente sul rinvio dell’esibizione con Tyson, fissandola provvisoriamente al 12 settembre, mentre il nuovo orizzonte per il rematch con Pacquiao slitterebbe al più presto all’inizio del 2027.
La vicenda mette a nudo una tensione di fondo che da mesi avvelena il progetto: la natura stessa dell’incontro. Pacquiao ha sempre insistito per un match da professionista valido a tutti gli effetti, mentre Mayweather, ritiratosi nel 2017 con un record immacolato di 50 vittorie, ha più volte lasciato intendere di volerlo trasformare in un’esibizione. Una divergenza che, secondo analisti del settore negli Stati Uniti, ha contribuito a creare l’impasse contrattuale e ad allontanare gli investitori. Il primo incontro del 2015, con 4,6 milioni di acquisti in pay-per-view, resta l’evento più ricco nella storia della boxe, ma il suo seguito si sta rivelando un labirinto di carte bollate e scadenze mancate.
Il cortocircuito non è isolato. In Germania, fonti vicine al team di Agit Kabayel hanno confermato che Oleksandr Usyk non ha alcuna intenzione di affrontare il pugile tedesco, nonostante il World Boxing Council avesse ordinato il match come difesa obbligatoria. Il manager di Kabayel, Lasse Krüger, ha dichiarato che «non sembra che Usyk abbia voglia di una dura giornata di lavoro con Agit sul ring». Se il campione ucraino rifiutasse ufficialmente, il WBC potrebbe revocargli il titolo, aprendo due scenari: la proclamazione di Kabayel come campione a pieno titolo – sarebbe il primo tedesco dai tempi di Max Schmeling, quasi 94 anni fa – oppure l’organizzazione di un match per il titolo vacante. Intanto, dall’Ucraina, il manager di Usyk ha fatto sapere che a breve ci saranno annunci, ma secondo indiscrezioni il pugile starebbe valutando un contratto con la Zuffa Boxing di Dana White negli Stati Uniti, o addirittura un ritiro immediato.
Anche il superfight britannico tra Anthony Joshua e Tyson Fury è avvolto da negoziati serrati. Eddie Hearn, promoter di Joshua, ha spiegato che il contratto prevede lo svolgimento nel Regno Unito, ma se il finanziatore saudita Turki Alalshikh chiedesse di spostarlo negli Stati Uniti, bisognerebbe rinegoziare ogni termine. Hearn ha escluso qualsiasi ruolo attuale di Zuffa Boxing, a meno che il team Joshua non accetti modifiche. L’incontro, ha assicurato, si farà al cento per cento nel 2026, a meno di sconfitte nei prossimi match interlocutori. La sensazione, negli ambienti della boxe europea, è che il potere contrattuale dei grandi capitali mediorientali stia ridisegnando le gerarchie, ma anche che la frammentazione tra promoter, leghe e piattaforme stia rallentando i match che il pubblico attende.
In questo scenario, le parole del campione UFC Islam Makhachev, riportate da media russi e internazionali, offrono una chiave di lettura più ampia. Parlando del cugino Usman Nurmagomedov, campione imbattuto della PFL, Makhachev ha osservato che per realizzare il suo pieno potenziale avrebbe bisogno di avversari più duri, ma ha anche messo in guardia: «In PFL pagano molto di più. All’UFC non piace pagare così tanto». Se Usman firmasse ora, guadagnerebbe la metà. La disparità di ingaggi tra le organizzazioni, unita alle battaglie legali e ai veti incrociati, sta disegnando una mappa in cui i pugili e i lottatori più attesi rischiano di restare a lungo fuori dal quadrato, prigionieri di contratti e calcoli finanziari. La prossima mossa, per tutti, sarà probabilmente nelle aule dei tribunali o sui tavoli delle trattative, prima ancora che sul ring. Il 2027, per i grandi incroci, è già un orizzonte carico di incognite.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa europea continentale inquadra il rinvio del rematch come una conseguenza prevedibile della burocrazia contrattuale e delle dispute legali. L'attenzione è sulle clausole e sugli ostacoli procedurali, con un tono di scetticismo verso la capacità degli organizzatori di risolvere la situazione. Si sottolinea che il pubblico perde interesse mentre gli avvocati guadagnano.
La stampa subsahariana riporta il rinvio con distacco, concentrandosi sulle implicazioni per il calendario sportivo globale. Viene data poca enfasi alle controversie legali, mentre si nota che altri eventi, come i Mondiali di calcio, dominano l'attenzione. Il tono è pragmatico: il rematch è solo uno dei tanti spettacoli rimandati.
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