
Weinstein, il pugno in carcere e il nuovo ricovero: «Non voglio morire qui»
L'ex produttore, condannato per violenza sessuale, ha raccontato l'aggressione subita a Rikers Island; ora è in ospedale per insufficienza cardiaca e polmonite.
C’è un momento, nel racconto che Harvey Weinstein ha fatto a The Hollywood Reporter lo scorso marzo, che restituisce con la violenza di un pugno la geografia della sua nuova esistenza. In fila per usare il telefono nel penitenziario di Rikers Island, chiede al detenuto davanti a sé se ha finito. Quello scende, gli sferra un colpo secco in pieno volto. Weinstein crolla a terra, il sangue che cola dappertutto. Quando la polizia gli chiede chi sia stato, lui tace: «Non puoi fare la spia. È la legge della giungla». In quella cella di New York, l’uomo che per decenni ha deciso destini sul grande schermo è solo un corpo esposto alla ferocia di un telefono pubblico.
Due settimane fa quel corpo ha ceduto di nuovo. Weinstein, 74 anni, ha cominciato a respirare a fatica, schiacciato da una polmonite che gli ha scatenato un’insufficienza cardiaca. Dal carcere di Rikers è stato trasferito d’urgenza al reparto detentivo del Bellevue Hospital di Manhattan, dove si trova tuttora: flebo, antibiotici per via endovenosa, un monitor cardiaco a scandire ogni battito. Le fonti citate dalla stampa americana parlano di un miglioramento, ma precisano che non è ancora fuori pericolo. È l’ultimo capitolo di una sequenza clinica che dal 2020 a oggi ha visto accumularsi diagnosi di leucemia mieloide cronica, un intervento d’urgenza al cuore, Covid, polmonite bilaterale e una serie di ricoveri che i suoi legali hanno definito il frutto di «condizioni disumane» nella prigione newyorkese.
La parabola di Weinstein è diventata, suo malgrado, il correlativo fisico di una caduta che ha ridefinito i rapporti di potere nell’industria dello spettacolo. Quando nell’ottobre 2017 il New York Times e il New Yorker pubblicarono le prime inchieste sulle molestie sessuali del produttore, il movimento #MeToo travolse Hollywood e si propagò in Europa con intensità variabile. In Italia il dibattito si accese con un ritardo che molti osservatori culturali attribuirono a un tessuto produttivo più frammentato e a una minore propensione alla denuncia pubblica, ma il caso Weinstein rimase il catalizzatore di una presa di coscienza che, da Cannes a Roma, ha incrinato l’impunità di figure intoccabili. Oggi, mentre l’ex fondatore della Miramax attende una nuova sentenza a settembre per una condanna per violenza sessuale nello Stato di New York – dopo che una giuria ha dichiarato il nullo processo per lo stupro di Jessica Mann e mentre in California una corte d’appello ha confermato la condanna a 16 anni ordinando però un nuovo calcolo della pena – il suo corpo malato è diventato il palcoscenico su cui si rappresenta l’epilogo di una vicenda giudiziaria e umana.
Nell’intervista dal carcere, Weinstein ha descritto Rikers come «un inferno freddo e spietato», un luogo dove passa fino a ventitré ore al giorno in isolamento, parlando solo con guardie e infermiere. «Qualunque cosa pensiate io abbia fatto di male nella vita, non mi hanno condannato a morte. Non voglio morire qui», ha detto, con una paura che la cronaca recente rende quasi profetica. Per il pubblico europeo, abituato a immaginare le star di Hollywood dentro suite d’albergo e red carpet, l’immagine di Weinstein steso su un pavimento di cemento, sanguinante e senza nome da fare ai secondini, ha il sapore amaro di un contrappasso che non concede catarsi. La sua vicenda continua a essere seguita con attenzione anche in Italia, dove il movimento #MeToo ha prodotto inchieste e processi, ma dove il nome di Weinstein resta il simbolo più riconoscibile di un sistema di complicità e omertà.
Ora, nel reparto carcerario del Bellevue, l’ex produttore è un uomo attaccato a un monitor, con i polmoni provati dall’infezione e il cuore che ha rischiato di fermarsi. Fuori, il mondo discute di eredità e risarcimenti, ma dentro quella stanza resta solo il ritmo regolare di un antibiotico che entra in vena e il ricordo di un pugno in faccia che non si può denunciare, perché «è la legge della giungla».
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