
Gaza, primi mezzi per la forza internazionale: Hamas si divide tra apertura e difesa dell’UNRWA
L’arrivo dei veicoli tattici al confine israeliano segna un passo concreto del piano di stabilizzazione, mentre restano irrisolti i nodi del disarmo e del ruolo dell’agenzia ONU per i rifugiati.
L’annuncio dell’arrivo dei primi veicoli tattici presso l’area logistica Endurance, a ridosso del valico di Kerem Shalom in territorio israeliano, ha trasformato in realtà tangibile il dispositivo di sicurezza immaginato dal Board of Peace, l’organismo voluto dall’amministrazione statunitense per il dopoguerra a Gaza. Le immagini diffuse dallo stesso Board mostrano mezzi destinati alla Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF), che secondo i piani dovrebbe assumere progressivamente compiti di sicurezza, facilitare la distribuzione degli aiuti e accompagnare la ricostruzione. La base, tuttavia, si trova fuori dalla Striscia, e fonti vicine al Board precisano che si tratta di una fase preparatoria: nessun reparto è ancora entrato in territorio palestinese, mentre ufficiali marocchini sono giunti in Israele il 18 giugno per unirsi al quartier generale nascente, senza però alcun mandato operativo sul campo.
La reazione di Hamas a questo sviluppo è apparsa duplice e rivela tensioni interne alla strategia del movimento. Da un lato, il portavoce Hazem Qassem ha dichiarato che l’arrivo delle truppe internazionali potrebbe rappresentare «l’inizio dell’attuazione dei loro compiti», ovvero separare i civili palestinesi dall’esercito israeliano e porre fine alle violazioni, e ha sollecitato l’avvio immediato del cessate il fuoco, la formazione di un comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza e il ritiro delle forze israeliane. Dall’altro, un comunicato ufficiale del movimento ha condannato con durezza le indiscrezioni su un piano statunitense che escluderebbe l’UNRWA dalla futura architettura di ricostruzione, bollando ogni ipotesi di ridimensionamento dell’agenzia come un attacco alla legittimità internazionale e un tentativo di cancellare il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
La partita sull’UNRWA ha mobilitato anche l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, che da Gedda ha ribadito il ruolo politico, giuridico e umanitario dell’agenzia, definendola insostituibile per l’istruzione, la sanità e la protezione sociale dei rifugiati palestinesi in tutti i territori occupati e nella diaspora. L’OIC ha respinto qualsiasi tentativo di indebolirne o rimpiazzarne il mandato, esortando gli Stati membri e i donatori a mantenere il sostegno finanziario e politico. Sul piano diplomatico, secondo analisti europei, la controversia rischia di allargare la frattura tra il quadro di stabilizzazione promosso da Washington e i riferimenti giuridici multilaterali cari a buona parte dei partner europei, inclusa l’Italia, che hanno sempre considerato l’UNRWA un pilastro della risposta umanitaria e un presidio di legalità internazionale.
Sul terreno, il Board of Peace sta parallelamente portando avanti il progetto di un’Autorità nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), un organismo tecnocratico pensato per sostituire il governo di Hamas, ma che al momento opera soltanto all’esterno della Striscia, con incontri in corso a Cipro dopo una sessione preparatoria al Cairo. Fonti diplomatiche regionali segnalano che il piano prevede anche la creazione di «comunità temporanee» in una zona verde sotto controllo israeliano, vicino a Rafah, per offrire servizi e protezione ai civili al di fuori delle aree controllate da Hamas. Restano tuttavia aperti interrogativi sulla disponibilità della popolazione a trasferirsi in zone sorvegliate dall’esercito israeliano e sulla legittimità che la NCAG potrebbe acquisire operando in quel contesto. Il nodo centrale rimane la sequenza del disarmo: Israele, secondo fonti governative, non intende ritirarsi senza una smilitarizzazione verificata di Hamas, mentre il movimento palestinese subordina qualsiasi discussione sul disarmo alla piena attuazione della prima fase del cessate il fuoco e a garanzie internazionali. In questo stallo, il Board of Peace si appresta a chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di fare pressione su Hamas affinché deponga le armi, ma senza una soluzione politica condivisa il rischio è che l’intera architettura di stabilizzazione resti confinata, come i mezzi tattici a Kerem Shalom, in un limbo logistico.
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.80 | critical |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | +0.40 | aligned |
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