
G7 e Unione Europea stringono il cappio finanziario attorno al conflitto sudanese
Mentre i ministri del G7 chiedono l’estensione dell’embargo sulle armi, l’UE vieta l’import di oro e l’Onu accende i riflettori sul commercio della gomma arabica, nuova frontiera del finanziamento del conflitto.
I ministri degli Esteri del G7, riuniti a Berlino, hanno lanciato un appello congiunto per la cessazione immediata degli attacchi a El-Obeid e per l’estensione dell’embargo sulle armi del Darfur a tutto il Sudan. Parallelamente, il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato il divieto di importazione, acquisto e trasferimento di oro sudanese, accompagnato dal bando all’esportazione di mercurio e cianuro verso il Paese. Secondo fonti diplomatiche europee, le due iniziative convergono nel tentativo di soffocare i flussi finanziari che alimentano una guerra civile entrata ormai nel suo quarto anno.
Nell’ottica delle Nazioni Unite, l’economia di guerra sudanese si è fatta «sempre più autoalimentante», come denuncia un rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani dedicato al commercio della gomma arabica. Il Sudan produce circa l’80 per cento della gomma arabica grezza mondiale, ingrediente essenziale per bevande gassate, cosmetici e farmaci. Il rapporto documenta come le parti in conflitto – le Forze di Supporto Rapido (RSF) e l’esercito regolare – controllino territori e rotte commerciali per finanziare le operazioni militari. In particolare, le RSF avrebbero saccheggiato a maggio 2025 la Borsa della gomma arabica di El-Nuhud, nel Kordofan occidentale, interrompendo i mezzi di sussistenza locali. L’Alto Commissario Volker Türk ha esortato Stati e imprese a condurre una due diligence rafforzata sulle catene di approvvigionamento, perché «le aziende non possono continuare a fare affari come al solito quando si riforniscono da filiere toccate dal conflitto».
Secondo analisti di Bruxelles, il divieto europeo sull’oro mira a colpire una delle principali fonti di reddito delle RSF, che controllano la maggior parte dei giacimenti nel Darfur e nel Kordofan e che, secondo i rapporti, esportano il metallo prezioso attraverso gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e il Ciad. La gomma arabica, invece, segue rotte frammentate: dalle aree controllate dall’esercito viene convogliata verso Port Sudan per l’esportazione ufficiale, mentre dalle zone in mano alle RSF viene dirottata attraverso canali di contrabbando verso Paesi vicini, dove spesso viene rietichettata come prodotto locale, rendendone quasi impossibile la tracciabilità. Per le industrie italiane ed europee che utilizzano questa materia prima – dal settore alimentare a quello farmaceutico – il rapporto ONU rappresenta un campanello d’allarme sulla necessità di verificare l’origine dei propri approvvigionamenti per non contribuire indirettamente alle violazioni dei diritti umani.
La guerra in Sudan, scoppiata nell’aprile 2023, ha causato centinaia di migliaia di morti e oltre undici milioni di sfollati, spingendo intere regioni nella carestia. I negoziati per un cessate il fuoco restano in stallo, mentre il Paese è di fatto diviso in due. La dichiarazione del G7 sostiene gli sforzi di de-escalation delle Nazioni Unite e promette di promuovere il principio di responsabilità per le violazioni commesse. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è ora chiamato a valutare l’estensione dell’embargo sulle armi a tutto il territorio sudanese, una misura che, secondo osservatori internazionali, potrebbe ridurre la capacità offensiva delle parti ma che incontra resistenze diplomatiche. Nel frattempo, l’Unione Europea ha già reso operativo il proprio embargo sull’oro, segnando un precedente concreto nella strategia di pressione economica sul conflitto.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.30 | critical |
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.40 | critical |
Il G7 si erge a garante della stabilità regionale, chiedendo a tutte le parti di fermare le violenze e rispettare il diritto internazionale.
Si enfatizza la legittimità dell’azione collettiva delle potenze occidentali, presentando la richiesta come moralmente indiscutibile e tecnicamente neutrale.
Non si menziona il divieto UE sull’oro sudanese né il ruolo della gomma arabica nel finanziamento della guerra, elementi che ridurrebbero l’efficacia del solo appello diplomatico.
L’Europa agisce direttamente contro le fonti di reddito dei belligeranti, dimostrando che le sanzioni economiche sono lo strumento più efficace per fermare il conflitto.
Si contrappone l’azione concreta dell’UE alle parole del G7, creando una gerarchia di efficacia: le sanzioni sono presentate come la vera soluzione, mentre gli appelli diplomatici sono relegati a sfondo.
Non si discute il ruolo della gomma arabica, che secondo l’ONU è un’altra importante fonte di finanziamento, né si analizza l’impatto del divieto sull’economia sudanese.
L’ONU denuncia il legame tra commercio internazionale e conflitto, chiamando in causa le imprese e i governi che non verificano le proprie catene di approvvigionamento.
Si utilizza l’autorità dell’ONU per trasformare una questione economica in un problema di diritti umani, spostando la colpa dai belligeranti ai consumatori globali.
Non si menziona il divieto UE sull’oro né l’appello del G7, concentrandosi esclusivamente sulla gomma arabica e tralasciando altre misure internazionali.
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