
Argentina-Inghilterra, la semifinale che riporta le Malvinas al centro del campo
Il match di Atlanta riaccende la disputa per le isole, tra dichiarazioni politiche, memorie belliche e un progetto petrolifero che raffredda il disgelo bilaterale.
Mercoledì sera, sotto le luci del Mercedes-Benz Stadium di Atlanta, Argentina e Inghilterra si contendono un posto nella finale del Mondiale 2026. È il sesto incrocio iridato tra le due nazionali, il più atteso da Messico ’86, quando la «mano de Dios» e il «Gol del Secolo» di Diego Maradona scrissero una pagina che per i sudamericani valeva molto più di una rivincita sportiva. Oggi, a quarant’anni da quella notte, il confronto torna a caricarsi di significati che tracimano dal rettangolo verde, riportando in primo piano la ferita mai rimarginata delle Malvinas, l’arcipelago che Londra amministra come Falkland Islands e Buenos Aires rivendica con una costanza che attraversa governi di ogni colore.
La tensione affonda le radici nella guerra del 1982, quando la giunta militare argentina occupò le isole e la risposta britannica, voluta da Margaret Thatcher, si concluse in settantaquattro giorni con la resa di Buenos Aires e un bilancio di 649 soldati argentini e 255 britannici caduti. Da allora, ogni partita è diventata un capitolo di una memoria collettiva che si tramanda nei cori da stadio: «El que no salta es un inglés», nato dopo il conflitto, e il più recente «Por los pibes de Malvinas que jamás olvidaré», inno non ufficiale della Selección. Eppure, alla vigilia, il commissario tecnico Lionel Scaloni ha provato a disinnescare la miscela: «È solo una partita di calcio, non possiamo mescolare le cose». Parole che cozzano con quelle della vicepresidente Victoria Villarruel, che su X ha definito gli avversari «pirati usurpatori», e con la colonna del ministro degli Esteri Pablo Quirno, che ha bollato come «trappola» il referendum del 2013 con cui gli isolani scelsero di restare territorio britannico.
La postura di Quirno segna un’inversione rispetto ai primi mesi del presidente libertario Javier Milei, che aveva elogiato la Thatcher come «una delle grandi leader della storia» e nel 2024 aveva siglato con Londra un’intesa per identificare i caduti argentini, organizzare viaggi dei familiari e ripristinare i voli diretti. Secondo analisti britannici, l’arrivo del nuovo cancelliere ha di fatto congelato quella cooperazione, riportando Buenos Aires su una linea «malvinista» che guarda con preoccupazione all’avanzamento del progetto petrolifero Sea Lion, al largo delle isole, portato avanti da due compagnie straniere. L’Argentina considera ogni esplorazione unilaterale in un territorio conteso una violazione delle risoluzioni dell’Onu, mentre dal fronte diplomatico si registra un’inedita convergenza: l’Organizzazione degli Stati Americani e il Comitato speciale per la decolonizzazione delle Nazioni Unite hanno di recente sollecitato il Regno Unito a riaprire i negoziati sulla sovranità.
Sui social e sugli spalti, la rivalità si esprime con i codici dell’umorismo e della provocazione. In rete circolano inviti fittizi al «quarto infarto» e montaggi con Maradona, Mirtha Legrand e i Simpson, mentre la stessa ambasciata britannica a Buenos Aires ha pubblicato un finto memorandum che, in caso di vittoria argentina, raccomanda di «evitare di parlare di cospirazioni inesistenti». I tifosi inglesi, dal canto loro, intonano il tradizionale «It’s coming home», convinti che la coppa possa tornare nella culla del calcio moderno. Ma per buona parte dell’opinione pubblica argentina, e per una generazione cresciuta con il mito di Maradona e la ferita delle Malvinas, affrontare i Tre Leoni non sarà mai un match qualunque.
In palio c’è la finale contro la Spagna, in programma domenica. L’ultimo atto del Mondiale 2026 passa da una notte che, al di là delle rassicurazioni degli allenatori, condensa decenni di storia, politica e passione. Il fischio d’inizio ad Atlanta non decreterà soltanto la seconda finalista: misurerà la temperatura di una rivalità che il calcio, ancora una volta, si incarica di rendere visibile al mondo.
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