
Diciannove leader Ue chiedono hub di rimpatrio in Paesi terzi, ma Parigi e Madrid si oppongono
La lettera promossa da Italia e Danimarca cita il modello Albania, mentre Macron e Sánchez contestano efficacia e compatibilità con i valori europei.
Al termine del Consiglio europeo di Bruxelles, diciannove capi di Stato e di governo hanno sottoscritto una lettera congiunta che sollecita l’attuazione immediata del nuovo Regolamento rimpatri, inclusa la creazione di hub per migranti in Paesi terzi. Promossa da Italia e Danimarca, con il sostegno operativo dei Paesi Bassi, l’iniziativa cita esplicitamente la cooperazione Italia-Albania come modello già operativo e incoraggia gli altri Stati membri a sviluppare soluzioni analoghe, con il supporto finanziario della Commissione europea e il coinvolgimento di Unhcr e Oim.
Secondo i firmatari – tra cui figurano Austria, Grecia, Polonia, Svezia, Ungheria e la quasi totalità dei Paesi dell’Europa centro-orientale e baltica – occorre «sfidare lo status quo» che consente ai trafficanti di prosperare e strumentalizzare i flussi migratori. Nell’ottica di Roma e Copenaghen, i centri di rimpatrio esterni rappresentano lo strumento più efficace per smantellare il modello di business dei trafficanti, eliminare gli incentivi alla migrazione irregolare e garantire che chi non ha diritto alla protezione internazionale sia effettivamente allontanato dal territorio europeo. La lettera arriva a pochi giorni dall’approvazione definitiva del Regolamento rimpatri da parte del Parlamento europeo, che ha istituzionalizzato a livello comunitario la possibilità di trasferire i migranti destinatari di un ordine di allontanamento in centri situati fuori dai confini dell’Unione.
La spinta della maggioranza incontra tuttavia l’opposizione esplicita di Francia e Spagna. Il presidente Emmanuel Macron, in conferenza stampa a Bruxelles, ha dichiarato che Parigi «non sostiene» gli hub di rimpatrio, giudicandoli inefficaci e non conformi ai «principi fondamentali» su cui si fonda l’Europa. Macron ha inoltre escluso l’impiego di fondi del bilancio comunitario per finanziare tali strutture, interrogandosi sulle garanzie per i diritti umani e sul tipo di relazione che si instaurerebbe con i Paesi terzi disposti ad accoglierle in cambio di denaro. Sulla stessa linea il premier spagnolo Pedro Sánchez, che ha definito i centri «uno spreco di risorse economiche» e ha rivendicato un approccio fondato sulla cooperazione con i Paesi d’origine e di transito. Il disaccordo si è manifestato anche durante la cena dei leader, quando Sánchez ha contestato l’impostazione restrittiva promossa da Meloni e Frederiksen, e la premier italiana ha a sua volta criticato la regolarizzazione di circa 500 mila migranti irregolari decisa da Madrid, sostenendo che in uno spazio senza frontiere interne come Schengen le politiche nazionali producono effetti sistemici sull’intera Unione.
La frattura riflette due visioni divergenti della politica migratoria europea: da un lato, un asse che punta su esternalizzazione, rimpatri accelerati e partenariati con Paesi terzi; dall’altro, una linea che privilegia regolarizzazioni, integrazione e canali legali. Secondo fonti diplomatiche a Bruxelles, la lettera dei diciannove – che non include la Germania, pur presente alla riunione informale – consolida una maggioranza politica trasversale, dai Popolari ai Conservatori, ma non garantisce l’unanimità necessaria per modificare il quadro finanziario pluriennale. La Commissione europea è chiamata a sostenere gli Stati membri con risorse finanziarie, mentre alcuni Paesi stanno già avviando contatti con potenziali partner extra-Ue. Il modello Italia-Albania, pur citato come esempio operativo, resta sottoposto a verifiche legali e a un impatto ancora da valutare. Il dossier migratorio rimane al centro dell’agenda del Consiglio europeo, con la prospettiva di progetti pilota concreti nei prossimi mesi, ma senza un consenso pieno sui return hubs.
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Diciannove Stati membri, con Italia e Danimarca in testa, spingono per creare rapidamente hub di rimpatrio fuori dai confini UE, sfruttando le nuove norme più severe appena concordate. L'iniziativa ha però acceso uno scontro tra Meloni e Sánchez, con il premier spagnolo che respinge regole troppo rigide. I promotori insistono che soluzioni in paesi terzi sono indispensabili per una gestione efficace dei flussi.
Più della metà degli Stati membri dell'UE preme per la creazione rapida di centri di accoglienza per migranti in paesi terzi, secondo una lettera congiunta guidata da Italia e Danimarca. L'iniziativa mira a esternalizzare la gestione dei flussi e ad accelerare i rimpatri di chi non ha diritto di soggiorno. La proposta riflette un crescente consenso sulle soluzioni in paesi terzi come pilastro della nuova strategia migratoria del blocco.
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