
Minacce di Trump fanno deragliare i negoziati con l’Iran: Teheran abbandona il tavolo in Svizzera
Fonti iraniane rivendicano il ritiro per protesta, ma Washington smentisce la rottura definitiva; contatti indiretti proseguono sotto traccia.
I negoziati tra Stati Uniti e Iran per sviluppare il memorandum d’intesa firmato la scorsa settimana hanno subìto domenica una brusca interruzione. La delegazione iraniana ha abbandonato il tavolo delle trattative a Bürgenstock, in Svizzera, in segno di protesta contro le nuove minacce lanciate dal presidente Donald Trump. Lo hanno riferito l’agenzia statale IRNA e le testate vicine alle Guardie rivoluzionarie Fars e Tasnim. Secondo fonti iraniane, il gesto è stato deciso dopo una riunione con il mediatore del Qatar. Dalla sponda statunitense, tuttavia, fonti diplomatiche citate da Axios e Bloomberg sostengono che i colloqui non siano stati formalmente interrotti e che la delegazione iraniana non abbia mai lasciato la località svizzera, continuando i contatti attraverso canali indiretti. Una contraddizione che riflette la tensione estrema di un negoziato già fragile.
A innescare la crisi sono state le dichiarazioni di Trump, che via social e in un’intervista a Fox News ha intimato a Teheran di «fermare immediatamente i propri rappresentanti ben pagati in Libano» – un riferimento a Hezbollah – minacciando in caso contrario nuovi attacchi «con molta più forza della scorsa settimana». Ha inoltre avvertito che, se l’Iran dovesse chiudere lo Stretto di Hormuz, «non avrete più un paese, non riuscireste nemmeno a tornare al vostro dannato paese». Il capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha risposto con durezza: «Non prendiamo sul serio le minacce americane. State attenti alle vostre parole. Le nostre forze armate sono pronte a reagire in altri modi. Per quanto possiate parlare, siamo noi ad agire». Da Teheran filtrano due condizioni irrinunciabili: la fine immediata di tutte le ostilità in Libano e il rispetto integrale del memorandum.
Il contesto è quello di un accordo di pace raggiunto il 18 giugno dopo un’escalation militare che ha visto gli Stati Uniti colpire direttamente l’Iran in risposta alla chiusura dello Stretto di Hormuz. L’intesa prevede un cessate il fuoco, la rimozione delle sanzioni, lo sblocco del passaggio navale e l’avvio di negoziati su nucleare e sicurezza regionale entro una finestra di sessanta giorni. L’inviato del vicepresidente JD Vance parlava di «grandi progressi» poco prima della rottura. Secondo analisti europei, il nodo del Libano si conferma il principale ostacolo: Israele, partner di Washington, prosegue le operazioni contro Hezbollah nonostante la tregua, mentre l’Iran insiste sul legame inscindibile tra tutti i fronti. Per l’Italia e l’Europa, il collasso del negoziato comporta rischi immediati: un nuovo blocco di Hormuz strangolerebbe le forniture energetiche, già provate dalla crisi, e aprirebbe una fase di instabilità nel Mediterraneo allargato.
Le due delegazioni restano distanti anche sull’agenda sostanziale. Washington, secondo fonti della Casa Bianca, intende usare il processo per incanalare il dossier nucleare iraniano – Teheran ha arricchito uranio a livelli preoccupanti dopo il ritiro unilaterale americano dal JCPOA nel 2018 – mentre la Repubblica islamica subordina ogni concessione alla revoca completa delle sanzioni e alla garanzia di sicurezza per i propri alleati regionali. Russia e Cina, che mantengono canali aperti con Teheran, hanno ribadito la necessità di una soluzione diplomatica, offrendo indirettamente una sponda a un’Europa che fatica a ritagliarsi un ruolo autonomo. Al momento, i mediatori qatarioti e pakistani lavorano per riportare le parti al tavolo. «I colloqui non sono terminati, solo sospesi», ha detto una fonte iraniana alla CNN. Ma la ripresa appare lontana, mentre in Medio Oriente la polvere della guerra non si è ancora posata.
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I media europei continentali riportano che l'Iran ha abbandonato i colloqui di pace in Svizzera in segno di protesta contro le nuove minacce del presidente americano Trump. La narrazione si concentra sull'azione iraniana come reazione alle dichiarazioni bellicose di Trump, senza prendere una posizione netta. I dettagli includono le parole di Trump sui 'proxy ben pagati' e la decisione di Teheran di interrompere le trattative.
La stampa russa, citando fonti iraniane, descrive l'abbandono dei negoziati come un atto di protesta legittimo contro le minacce esistenziali di Trump. Viene sottolineata la durezza delle dichiarazioni americane, inclusa la minaccia di 'distruggere' l'Iran. La narrazione simpatizza con la posizione iraniana e critica l'intransigenza statunitense.
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