
Giordania: eseguite sei condanne a morte dopo nove anni di stop
Amman annuncia un giro di vite e prepara una legge per estendere la pena capitale ai narcotrafficanti.
Dopo una moratoria de facto durata quasi dieci anni, la Giordania ha giustiziato sei condannati per crimini legati al terrorismo e al narcotraffico. Le esecuzioni, eseguite all’alba di domenica, segnano la fine della più lunga pausa nelle esecuzioni capitali dal 2006 e sono state confermate dal portavoce governativo Mohammad Momani, che ha parlato di responsabilità accertate nella morte di agenti di polizia e militari.
I sei uomini erano stati condannati dalla Corte di Sicurezza dello Stato, un tribunale misto civile-militare, per episodi avvenuti tra il 2014 e il 2022. Due di loro appartenevano al cosiddetto «cellula di Salt», che nell’agosto 2018 provocò la morte di sei agenti durante un raid nella città a nord-ovest di Amman. Un altro era stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di un alto ufficiale di polizia – il colonnello Abdul Razzaq al-Dalabih – durante le proteste per il caro-carburanti scoppiate nel governatorato di Ma’an nel 2022. Gli altri tre erano trafficanti di stupefacenti, giudicati responsabili di scontri a fuoco con le forze dell’ordine in operazioni antidroga che, tra il 2014 e il 2018, uccisero tre militari.
Poche ore dopo le esecuzioni, il primo ministro Jafar Hassan ha annunciato un inasprimento della politica penale: il governo presenterà modifiche legislative per estendere la pena capitale ai «grandi trafficanti e contrabbandieri di droga che operano con bande straniere». Secondo fonti di intelligence occidentali, negli ultimi anni la Giordania è diventata un corridoio privilegiato per il traffico di Captagon, un’amfetamina prodotta in Siria e destinata ai mercati del Golfo, e le reti criminali transfrontaliere sono spesso coinvolte in scontri armati con le guardie di frontiera. Il portavoce Momani ha aggiunto che oltre cento persone attendono nei bracci della morte e che le esecuzioni proseguiranno «una dopo l’altra».
L’ultima esecuzione di massa in Giordania risaliva al marzo 2017, quando furono impiccate quindici persone, dieci delle quali per terrorismo. Da allora, la monarchia hashemita aveva evitato di applicare la pena capitale, pur mantenendola in vigore per una gamma ristretta di reati – omicidio, terrorismo e violenza contro le forze dell’ordine. Negli ultimi tre anni, secondo il Centro nazionale per i diritti umani di Amman, la Corte di Sicurezza dello Stato non aveva emesso alcuna sentenza definitiva di condanna a morte. Il ritorno al patibolo, accompagnato da dichiarazioni di tolleranza zero, riflette probabilmente una duplice pressione su Amman: la necessità di rassicurare una società scossa da recenti attacchi e la determinazione a contrastare il narcotraffico come minaccia alla sicurezza nazionale. I prossimi passi includeranno il dibattito parlamentare sulla proposta di legge, mentre gli osservatori internazionali attendono segnali sulla volontà di Amman di proseguire sulla linea dura annunciata.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La cronaca si concentra sulla fine della moratoria di nove anni in Giordania, descrivendo fatti e dichiarazioni ufficiali senza enfasi emotiva. Presenta la posizione del governo in modo neutrale, sottolineando le procedure legali e il numero di condannati in attesa di esecuzione.
La copertura presenta le esecuzioni come un potente deterrente e un chiaro messaggio ai criminali, inquadrandole come una vittoria per le forze di sicurezza e lo Stato. Sottolinea la determinazione del governo di ampliare la pena di morte per i trafficanti di droga, descrivendo la mossa come una risposta giustificata a crimini atroci.
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