
Cuba al collasso: blackout e sanzioni spingono l’isola verso il punto di rottura
Mentre l’Avana accusa Washington di un blocco petrolifero che affama la popolazione, le proteste si moltiplicano e il regime teme un’esplosione sociale.
Per la terza volta in dieci giorni, martedì la rete elettrica nazionale cubana è collassata, lasciando quasi dieci milioni di persone al buio in piena ondata di calore estivo. Il deficit energetico ha raggiunto il 69 per cento nelle ore di punta, con blackout locali che all’Avana si prolungano fino a quarantotto ore consecutive e a Matanzas superano le ottanta. La compagnia elettrica statale attribuisce i guasti alla mancanza di combustibile e all’impossibilità di importare pezzi di ricambio per le centrali termoelettriche, molte delle quali costruite decenni fa. Secondo fonti governative cubane, la causa primaria è il blocco petrolifero imposto dagli Stati Uniti, che dal gennaio 2026 vieta l’approvvigionamento di greggio e dissuade le imprese straniere dal fare affari con l’isola.
L’amministrazione Trump inquadra le sanzioni come una risposta alla repressione interna e a una presunta minaccia alla sicurezza nazionale, e ha progressivamente inasprito le misure fino a colpire anche i Paesi terzi che commerciano petrolio con Cuba. In un’intervista rilasciata a marzo, il presidente statunitense ha dichiarato di poter «fare qualsiasi cosa» con l’isola, mentre un tribunale della Florida ha incriminato l’ex presidente Raúl Castro per fatti risalenti a trent’anni fa. Sul fronte opposto, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha denunciato sui social network una «nuova forma di maccartismo» e ha accusato Washington di promuovere alleanze transnazionali di estrema destra che ricordano il fascismo hitleriano e l’Operazione Condor. L’ambasciatore cubano in India, in una dichiarazione scritta, ha parlato di «punizione collettiva» contro la popolazione, citando l’aumento della mortalità infantile e il crollo delle terapie oncologiche pediatriche come conseguenza diretta della crisi energetica.
Sul terreno, la stanchezza sta cedendo il passo a forme di protesta sempre più visibili. In diversi quartieri della capitale i residenti organizzano cacerolazos notturni e blocchi stradali, mentre sui canali WhatsApp governativi, nati per informare sui distacchi, compaiono emoji della bandiera statunitense come risposta beffarda. Secondo testimonianze raccolte da organizzazioni per i diritti umani con sede a Madrid, a maggio sono state registrate oltre milletrecento manifestazioni in tutto il Paese, e il numero di prigionieri politici ha superato quota milletrecento. Un documento riservato, trasmesso per errore dalla televisione di Stato, ha rivelato che l’obiettivo reale degli incontri tra il presidente e i Consigli di Difesa è «evitare un’esplosione sociale», smentendo la versione ufficiale di riunioni gestionali ordinarie.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la crisi cubana ha riflessi che vanno oltre la solidarietà storica. Diplomatici di Bruxelles osservano con preoccupazione il deterioramento umanitario, che potrebbe innescare nuovi flussi migratori verso il Mediterraneo, mentre le imprese europee attive sull’isola subiscono le conseguenze extraterritoriali delle sanzioni americane. L’economia cubana si è contratta bruscamente nella prima metà del 2026, l’inflazione annua ha toccato il 18,3 per cento a giugno e il governo ha quasi raddoppiato le tariffe del gas domestico. In questo quadro, i canali negoziali fatti filtrare da Washington, che vedrebbero come intermediario il nipote di Raúl Castro, non hanno finora prodotto passi concreti. La prossima verifica delle misure statunitensi è attesa nelle prossime settimane, mentre all’Avana si consolida la percezione che il margine di resistenza si stia assottigliando.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
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| Stampa europea continentale | −0.50 | critical |
| Stampa sud-est asiatica | −0.80 | critical |
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
Il collasso di Cuba è un doppio fallimento: le sanzioni USA e decenni di abbandono. La soluzione richiede la rimozione del blocco e la modernizzazione della rete.
Giustapponendo il blocco petrolifero statunitense agli impianti obsoleti, la narrazione crea un senso di responsabilità condivisa, deviando la colpa da un singolo attore.
La narrazione omette le proteste diffuse e la vulnerabilità del regime, che metterebbero in luce il dissenso interno.
Il regime cubano trema mentre il popolo scende in piazza. L'incapacità del governo di fornire servizi di base sta erodendo la sua legittimità.
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