
Volkswagen progetta 100mila tagli: la crisi dell’auto tedesca ridisegna l’industria europea
Il piano di riduzione del personale e chiusura di quattro stabilimenti segna una svolta storica per il gruppo di Wolfsburg, tra concorrenza cinese e transizione elettrica.
Volkswagen starebbe preparando un piano di ristrutturazione che prevede il taglio di circa 100.000 posti di lavoro in Germania e la chiusura di quattro impianti produttivi: le fabbriche di Zwickau, Hannover, Emden e lo stabilimento Audi di Neckarsulm. Se confermato, si tratterebbe del più massiccio ridimensionamento nella storia del costruttore, superando per numero di esuberi la cosiddetta «strage di Natale» della General Motors del 1991, quando furono licenziati 74.000 dipendenti. La notizia, anticipata dalla stampa economica tedesca, ha suscitato immediate reazioni nel mondo politico e sindacale, mentre il governo federale ha dichiarato di voler scongiurare le chiusure, pur riconoscendo che la decisione spetta all’azienda.
La crisi del gruppo riflette le difficoltà dell’intera industria automobilistica tedesca. Secondo analisti finanziari, Volkswagen ha accumulato ritardi nella transizione all’elettrico, sottovalutando il potenziale dei veicoli ibridi ricaricabili e subendo l’aggressiva concorrenza dei produttori cinesi. A ciò si aggiungono i dazi imposti dall’amministrazione statunitense, che hanno di fatto espulso il marchio dal mercato americano, e un calo della domanda interna. I conti del primo trimestre 2026 mostrano un utile operativo in flessione del 14% a 2,5 miliardi di euro, su un fatturato in calo del 2% a 75,7 miliardi. L’intero esercizio 2025 si era chiuso con un crollo dell’utile operativo del 53%.
In questo scenario si inserisce la recente cessione di Everllence, produttore di motori diesel e turbine industriali, all’americana Bain Capital per circa 10 miliardi di euro. L’operazione, giudicata positivamente dai mercati, ha però aperto un dilemma: secondo gli analisti di UBS, i proventi rischiano di essere assorbiti dai costi di ristrutturazione anziché finanzare lo sviluppo di nuovi modelli. In assenza di un’inversione di rotta, il gruppo potrebbe essere costretto a cedere altri asset, tra cui i marchi Ducati e Lamborghini o la divisione batterie PowerCo, sebbene questi risultino meno attrattivi e redditizi.
Il ridimensionamento di Volkswagen si colloca in un contesto più ampio di deindustrializzazione. Uno studio condotto dalla società di consulenza Horváth su un campione di 1.000 imprese tedesche indica che il 60% delle aziende prevede di ridurre il personale in Germania entro il 2026, con una perdita stimata di 100.000 posti di lavoro nei soli settori automobilistico, meccanico e delle costruzioni. A pesare sono anche i costi energetici, aggravati dalle tensioni geopolitiche legate all’Iran, che secondo le stime costeranno all’economia tedesca 34 miliardi di euro nel biennio 2026-2027.
Il prossimo passaggio chiave è fissato per il 9 luglio, quando il consiglio di sorveglianza di Volkswagen discuterà il piano di trasformazione. L’esito del confronto con i rappresentanti sindacali, che detengono un peso rilevante nella governance del gruppo, determinerà l’effettiva portata dei tagli e la possibilità di scongiurare le chiusure degli stabilimenti.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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