
Morti in custodia e rimpatri forzati: l’Onu accende i riflettori sulle politiche migratorie
L’Alto commissario per i diritti umani chiede indagini indipendenti sui decessi nei centri di detenzione statunitensi, mentre la Corte Suprema autorizza la revoca delle protezioni temporanee per haitiani e siriani.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto indagini «pronte, indipendenti e imparziali» su tutte le morti avvenute in custodia dell’agenzia statunitense per l’immigrazione (ICE). L’appello, diffuso dopo che il National Immigration Project ha contato almeno 19 decessi nel solo 2025 e l’ICE ne ha registrati 33, arriva mentre la Corte Suprema di Washington ha aperto la strada alla revoca dello status di protezione temporanea (TPS) per centinaia di migliaia di cittadini haitiani e siriani. Secondo l’amministrazione Trump, il TPS non è mai stato concepito come un permesso permanente e i beneficiari avrebbero avuto tempo per cercare altre vie legali; il segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha dichiarato che a chi sceglierà di tornare saranno offerti il volo e circa 2.100 dollari per il reinserimento.
La prospettiva dei rimpatri ha incontrato resistenze anche all’interno del Partito repubblicano. Il governatore dell’Ohio Mike DeWine ha ricordato che il Dipartimento di Stato mantiene per Haiti un avviso di “non viaggiare” di livello 4, citando crimini violenti, sequestri e instabilità, e ha sottolineato che l’allontanamento dei lavoratori haitiani danneggerebbe l’economia locale e aggraverebbe la carenza di personale nel settore sanitario. Dal canto suo, la commentatrice conservatrice Tomi Lahren ha avvertito che la mancata realizzazione delle deportazioni di massa promesse in campagna elettorale potrebbe spingere molti elettori repubblicani a disertare le urne alle elezioni di metà mandato.
Il dibattito statunitense si inserisce in un quadro globale di tensione tra esigenze di controllo delle frontiere e tutela dei diritti fondamentali. In Malaysia, il ministro dell’Interno Saifuddin Nasution Ismail ha reso noto che tra il 2021 e il 2025 si sono registrati 465 decessi nei centri di detenzione per immigrati, pari allo 0,13% dei 349.856 ingressi complessivi nel periodo. Le cause principali, secondo i dati ufficiali, includono sepsi, malattie respiratorie, patologie cardiovascolari e infezioni come HIV e leptospirosi. Dodici delle vittime erano bambini. Il governo malese ha annunciato un rafforzamento delle procedure di screening sanitario all’ingresso, controlli medici periodici e l’isolamento dei casi infettivi, oltre alla distribuzione di kit igienici e all’accesso ad attività all’aperto almeno una volta alla settimana.
Per gli analisti di Bruxelles, la concomitanza tra la stretta americana, le denunce dell’Onu e i dati malesi ripropone con urgenza il tema della responsabilità degli Stati nella gestione della detenzione amministrativa dei migranti. L’Alto commissario Volker Türk ha insistito sulla necessità di garantire verità, giustizia e riparazione alle famiglie delle vittime, mentre l’amministrazione Trump si prepara ad avviare i voli di rimpatrio verso Haiti e Siria non appena saranno operative le rotte, anche in assenza di collegamenti commerciali regolari. Il dossier resta aperto su più fronti: le inchieste chieste dall’Onu, i possibili ricorsi legali contro le revoche del TPS e il monitoraggio delle condizioni nei centri di detenzione in Asia e nelle Americhe.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il governo ha comunicato che in cinque anni si sono registrati 465 decessi nei centri di detenzione per immigrati, pari allo 0,13% degli ingressi totali. Le autorità hanno precisato che la maggior parte dei decessi è dovuta a problemi di salute e non a maltrattamenti, fornendo dati dettagliati per nazionalità ed età al fine di respingere le accuse di negligenza.
Le Nazioni Unite hanno chiesto indagini indipendenti su una serie di morti avvenute sotto la custodia dell'ICE, mentre l'amministrazione Trump accelera i rimpatri forzati. In un'intervista accesa, il segretario alla Sicurezza Interna ha difeso il rinvio di persone ad Haiti nonostante le violenze documentate e gli abusi sessuali, attirando dure critiche dai difensori dei diritti umani.
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