
Una lingua di fuoco su Londra, e gli Stones tornano a mordere il presente
Con 'Foreign Tongues' la band degli ottantenni Jagger, Richards e Wood incide in pochi giorni un album di blues ruvido, ospiti illustri e sferzate ai nuovi poteri, mentre già si parla di tour.
Una lingua gigantesca, rossa e carnosa, si stagliava l'altra notte nel cielo di Londra, sospesa come un'icona pop sopra i tetti della città. Non era un'allucinazione collettiva, ma il gonfiabile con cui i Rolling Stones hanno annunciato l'uscita di Foreign Tongues, il loro venticinquesimo album in studio. Poche ore dopo, le prime note di Rough and Twisted rimbalzavano dagli altoparlanti di tutto il mondo: un riff blues graffiato, la voce di Mick Jagger – ottantadue anni, ancora uno sfrontato miagolio – e la trama di chitarre di Keith Richards e Ronnie Wood, incise in presa diretta in uno studio non troppo grande del West London, come ai tempi in cui il tempo era tiranno.
Il disco è nato in meno di un mese, dodici inediti e due cover, con la produzione di Andrew Watt, lo stesso di Hackney Diamonds. L'urgenza si sente: la batteria di Steve Jordan spinge, quella postuma di Charlie Watts riappare in Hit Me in the Head, un punk-blues dove Jagger canta con feroce ironia «uno di questi giorni cadrò stecchito». E poi gli ospiti. Paul McCartney infila una linea di basso melodica in Covered in You, Robert Smith dei Cure aggiunge sintetizzatori quasi invisibili, Bruno Mars suona un campanaccio in un brano. La critica anglosassone ha parlato di «rinascita tardiva», ma il suono resta quello di sempre: un rhythm and blues che non chiede permessi, a tratti fin troppo levigato, ma capace di alternare disco-soul (Jealous Lover) e ballate sgangherate (Some of Us).
C'è però un'inquietudine nuova, uno sguardo politico che serpeggia tra le tracce. In Mr Charm Jagger se la prende con il «magnate pazzo» Elon Musk, mentre Ringing Hollow, honky-tonk amaro, dipinge una Statua della Libertà con la veste strappata, senza mai nominare Donald Trump, che pure aleggia come uno spettro. Secondo gli osservatori europei, è il segno di una band che, giunta all'ottavo decennio di carriera, sceglie di non rifugiarsi nella nostalgia ma di usare il proprio canone per raccontare le crepe della democrazia americana. Non è un caso che il disco esca mentre Jagger e Wood, come ha confidato il frontman alla Reuters, sperano di portare Foreign Tongues in tour: l'ultimo, lo Hackney Diamonds Tour, si era fermato negli Stati Uniti nel 2024, senza raggiungere l'Europa per problemi logistici e per l'artrite di Richards.
La copertina, un collage di volti deformati firmato Nathaniel Mary Quinn, è un piede di naso agli ageisti: tre maschere grottesche che si fondono in un'unica smorfia. E forse è questa l'immagine più onesta. Mentre la lingua gonfiabile si sgonfiava all'alba su Londra, restava nell'aria la domanda che Richards si poneva già nel 1989: fin dove può spingersi un gruppo rock senza snaturarsi? Foreign Tongues non dà risposte definitive, ma regala un'istantanea di ottuagenari che in studio si divertono ancora come ragazzini, e ogni tanto, tra un riff e l'altro, trovano il coraggio di guardare in faccia la fine.
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.90 | aligned |
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| Stampa europea continentale | +0.70 | aligned |
I Rolling Stones sono gli anziani del rock che hanno appena consegnato un capolavoro tardivo, dimostrando che rilevanza e vitalità non sono legate all'età.
Enfatizzando la longevità della band e la rilevanza tematica dell'album (antiguerra, anti-Musk), la narrazione costruisce una storia di potere artistico duraturo, rendendo la qualità dell'album apparentemente inevitabile.
La narrazione omette qualsiasi discussione sui problemi di salute della band o sul potenziale declino, concentrandosi esclusivamente sul ritorno trionfale.
I Rolling Stones sono tornati e si stanno ancora divertendo tantissimo a fare musica. Questo album è la prova della loro vitalità duratura e una promessa di un tour.
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