
Trump: l’accordo nucleare con l’Arabia Saudita dipende dal riconoscimento di Israele
Dopo la firma dell’intesa, il presidente americano impone una condizione che Riad ha sempre respinto, gettando nel caos un’intesa già conclusa e sollevando timori di una corsa agli armamenti.
L’accordo di cooperazione nucleare civile firmato mercoledì 22 luglio tra Stati Uniti e Arabia Saudita è stato rimesso in discussione il giorno successivo da un post su Truth Social del presidente Donald Trump, che ne ha subordinato l’entrata in vigore all’adesione di Riad agli Accordi di Abramo, ovvero al riconoscimento formale di Israele. La condizione, assente nel testo annunciato dal Dipartimento dell’Energia, capovolge i termini di un’intesa considerata da molti esperti come una concessione unilaterale ai sauditi, in un momento di forte instabilità regionale segnato dallo scontro militare tra Washington e Teheran.
Secondo fonti della Casa Bianca, il presidente aveva più volte comunicato a Riad il legame tra i due dossier, ma la scelta di ribadirlo a firma avvenuta appare come un tentativo di placare le critiche provenienti dal Congresso – dove democratici e repubblicani temono l’innesco di una corsa al nucleare in Medio Oriente – e dagli alleati israeliani, che vedono con allarme la possibilità di un programma di arricchimento dell’uranio in territorio saudita. L’ufficio del primo ministro Netanyahu ha salutato la mossa come “un salto storico per la pace nella regione”, ma a Gerusalemme non mancano voci preoccupate: l’ex ministro della Difesa Lieberman ha evocato il rischio di una “corsa agli armamenti folle”, mentre l’ex premier Bennett ha parlato di “grave fallimento strategico” per la sicurezza di Israele.
L’Arabia Saudita, finora silenziosa, ha sempre legato la normalizzazione dei rapporti con Israele alla creazione di uno Stato palestinese, ipotesi resa ancor più remota dalla guerra a Gaza. Gli analisti del Golfo ritengono improbabile un dietrofront di Mohammed bin Salman, che proprio sul rifiuto di riconoscere Israele senza concessioni per i palestinesi ha costruito parte della sua legittimazione regionale. L’accordo in sé – un partenariato trentennale che consentirebbe alle imprese statunitensi, Westinghouse in testa, di costruire reattori e gestire il ciclo del combustibile, con la prospettiva di un arricchimento domestico dopo uno studio di fattibilità biennale – era stato letto da molti osservatori come un tentativo di legare Riad all’orbita occidentale e sottrarlo all’influenza di Cina e Russia nel settore nucleare civile.
L’Europa, e in particolare l’Italia con i suoi interessi energetici e di stabilità nel Mediterraneo allargato, segue con apprensione un dossier che potrebbe ridefinire gli equilibri di deterrenza in un’area già esplosiva. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) attende di ricevere i testi per valutarne la compatibilità con i regimi di salvaguardia, mentre a Bruxelles si teme che la mossa americana, per quanto contraddittoria, possa erodere il sistema di non proliferazione e incoraggiare altri Paesi, a partire dalla Turchia, a cercare analoghe capacità. La palla ora passa al Congresso, che ha novanta giorni di sessione per esaminare l’intesa; se il vincolo degli Accordi di Abramo dovesse rimanere, è difficile immaginare che Riad ceda, spingendo l’intero dossier verso un congelamento o una rinegoziazione che Washington, in piena campagna elettorale, potrebbe non avere la forza di condurre.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.30 | critical |
| Stampa arabo levante-Maghreb | +0.20 | neutral |
L'Atlantico mette in guardia: l'accordo con Riad è un azzardo che potrebbe innescare una corsa al nucleare. La clausola di Trump è un tentativo goffo di salvare la faccia, ma il danno è fatto.
Si fa leva sul precedente iraniano e sulla possibilità che l'Arabia Saudita insegua l'uranio arricchito, presentando lo scenario come una minaccia concreta e immediata.
Viene taciuta la prospettiva saudita di legittima difesa e le minacce regionali che giustificherebbero la richiesta di energia nucleare.
L'Europa guarda con apprensione: il patto nucleare USA-Arabia Saudita rischia di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente. La mossa di Trump è imprudente e mal gestita.
Si utilizza un tono misurato ma insistente, citando esperti e analogie storiche per sottolineare la mancanza di trasparenza e i rischi di un effetto domino.
Viene omesso il punto di vista israeliano, che invece vede l'accordo come un'opportunità per la pace, come mostrano le dichiarazioni di Netanyahu.
Riad agisce per legittima difesa: l'accordo nucleare è una risposta alle minacce regionali. La condizione di Trump è un intoppo, ma la determinazione saudita è chiara.
Si enfatizza il contesto di insicurezza regionale e la necessità di diversificare le fonti energetiche, presentando la scelta saudita come inevitabile e ragionevole.
Vengono taciuti i rischi di proliferazione e le critiche internazionali all'accordo, così come i timori israeliani di una corsa agli armamenti.
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