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Geopolitica e Politicasabato 25 luglio 2026

La pausa tattica di Trump sull’Iran: missili scarsi e diplomazia in bilico

Dopo due settimane di bombardamenti, Washington sospende le incursioni temendo l'esaurimento degli intercettori Patriot, mentre il dialogo con l'Oman registra progressi e gli Houthi aprono un secondo fronte nel Mar Rosso.

Dopo tredici notti consecutive di attacchi aerei, gli Stati Uniti hanno sospeso le operazioni contro l'Iran senza preavviso né spiegazioni ufficiali. La pausa, confermata da fonti del Pentagono, è maturata durante una riunione alla Casa Bianca venerdì 24 luglio, nella quale il Capo di Stato Maggiore Congiunto, generale Dan Caine, ha avvertito il presidente Donald Trump che una prosecuzione su larga scala avrebbe «pericolosamente consumato» le già ridotte scorte di missili intercettori Patriot e di altre munizioni difensive nel teatro mediorientale. Secondo l’ottica dell’amministrazione statunitense, la decisione riflette non solo vincoli logistici – le scorte del Comando Centrale sarebbero scese a livelli critici dopo l’impiego di oltre milleduecento intercettori in pochi mesi – ma anche il timore di un allargamento incontrollato del conflitto, di un allontanamento degli alleati del Golfo e di ripercussioni sui prezzi globali dell’energia.

L’Iran ha replicato immediatamente con una sospensione simmetrica: il portavoce delle Forze Armate Mohammad Akraminia ha dichiarato che, essendo la strategia di Teheran «essenzialmente di rappresaglia», le operazioni contro i Paesi limitrofi sono state interrotte dopo il cessare degli attacchi americani. Da Teheran si nega ogni affanno difensivo e si legge la pausa come segnale di «fatica strategica» di Washington, incapace – sostengono – di imporre la riapertura dello Stretto di Hormuz o di piegare la resistenza iraniana. Nel frattempo, sul canale diplomatico, i colloqui con l’Oman sulla gestione del traffico navale attraverso lo Stretto hanno registrato progressi definiti «utili» da entrambe le parti, con consultazioni tecniche e politiche ancora in corso. Muscat rimane il mediatore chiave in un negoziato che tocca il cuore degli interessi energetici mondiali, poiché Hormuz è il collo di bottiglia di circa un quinto delle esportazioni globali di greggio.

La tregua parziale non ha però spento le tensioni regionali. I ribelli yemeniti Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato attacchi con missili e droni contro gli impianti petroliferi di Saudi Aramco a Jizan e Yanbu, sul Mar Rosso, dichiarando chiuso lo Stretto di Bab el-Mandeb e aprendo di fatto un secondo fronte. Le forze saudite e una batteria antiaerea gestita da personale greco hanno intercettato parte dei vettori, ma il rischio che la guerra si propaghi alle rotte petrolifere alternative a Hormuz è ormai concreto. Per l’Europa, la duplice minaccia ai due chokepoint marittimi – Hormuz e Bab el-Mandeb – si traduce in forti pressioni al rialzo sul prezzo del barile e in un peggioramento delle prospettive di crescita economica, già gravate dalla crisi energetica in corso.

Dietro il ripensamento di Trump, secondo fonti vicine al Congresso americano, pesano anche i costi politici interni. La guerra, iniziata a fine febbraio e che il presidente aveva pronosticato sarebbe durata quattro o cinque settimane, si avvicina ora al quinto mese con ripercussioni sulla popolarità dei repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Il vicepresidente JD Vance e il generale Caine non sono stati i soli a segnalare il paradosso di una campagna aerea che, mentre colpisce l’Iran, espone basi e alleati nella regione a rappresaglie proprio a causa della carenza di difese antimissile. L’inviato della Casa Bianca Steven Cheung ha ribadito la preferenza per una soluzione diplomatica, pur mantenendo «tutte le opzioni sul tavolo». Ma la finestra negoziale è stretta: la prevista visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Washington nei prossimi giorni aggiunge un ulteriore elemento di incertezza alla traiettoria del conflitto, mentre mediatori del Qatar e del Pakistan tentano di rilanciare un cessate il fuoco che appare ancora fragile e provvisorio.

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sabato 25 luglio 2026

La pausa tattica di Trump sull’Iran: missili scarsi e diplomazia in bilico

Dopo due settimane di bombardamenti, Washington sospende le incursioni temendo l'esaurimento degli intercettori Patriot, mentre il dialogo con l'Oman registra progressi e gli Houthi aprono un secondo fronte nel Mar Rosso.

Dopo tredici notti consecutive di attacchi aerei, gli Stati Uniti hanno sospeso le operazioni contro l'Iran senza preavviso né spiegazioni ufficiali. La pausa, confermata da fonti del Pentagono, è maturata durante una riunione alla Casa Bianca venerdì 24 luglio, nella quale il Capo di Stato Maggiore Congiunto, generale Dan Caine, ha avvertito il presidente Donald Trump che una prosecuzione su larga scala avrebbe «pericolosamente consumato» le già ridotte scorte di missili intercettori Patriot e di altre munizioni difensive nel teatro mediorientale. Secondo l’ottica dell’amministrazione statunitense, la decisione riflette non solo vincoli logistici – le scorte del Comando Centrale sarebbero scese a livelli critici dopo l’impiego di oltre milleduecento intercettori in pochi mesi – ma anche il timore di un allargamento incontrollato del conflitto, di un allontanamento degli alleati del Golfo e di ripercussioni sui prezzi globali dell’energia.

L’Iran ha replicato immediatamente con una sospensione simmetrica: il portavoce delle Forze Armate Mohammad Akraminia ha dichiarato che, essendo la strategia di Teheran «essenzialmente di rappresaglia», le operazioni contro i Paesi limitrofi sono state interrotte dopo il cessare degli attacchi americani. Da Teheran si nega ogni affanno difensivo e si legge la pausa come segnale di «fatica strategica» di Washington, incapace – sostengono – di imporre la riapertura dello Stretto di Hormuz o di piegare la resistenza iraniana. Nel frattempo, sul canale diplomatico, i colloqui con l’Oman sulla gestione del traffico navale attraverso lo Stretto hanno registrato progressi definiti «utili» da entrambe le parti, con consultazioni tecniche e politiche ancora in corso. Muscat rimane il mediatore chiave in un negoziato che tocca il cuore degli interessi energetici mondiali, poiché Hormuz è il collo di bottiglia di circa un quinto delle esportazioni globali di greggio.

La tregua parziale non ha però spento le tensioni regionali. I ribelli yemeniti Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato attacchi con missili e droni contro gli impianti petroliferi di Saudi Aramco a Jizan e Yanbu, sul Mar Rosso, dichiarando chiuso lo Stretto di Bab el-Mandeb e aprendo di fatto un secondo fronte. Le forze saudite e una batteria antiaerea gestita da personale greco hanno intercettato parte dei vettori, ma il rischio che la guerra si propaghi alle rotte petrolifere alternative a Hormuz è ormai concreto. Per l’Europa, la duplice minaccia ai due chokepoint marittimi – Hormuz e Bab el-Mandeb – si traduce in forti pressioni al rialzo sul prezzo del barile e in un peggioramento delle prospettive di crescita economica, già gravate dalla crisi energetica in corso.

Dietro il ripensamento di Trump, secondo fonti vicine al Congresso americano, pesano anche i costi politici interni. La guerra, iniziata a fine febbraio e che il presidente aveva pronosticato sarebbe durata quattro o cinque settimane, si avvicina ora al quinto mese con ripercussioni sulla popolarità dei repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Il vicepresidente JD Vance e il generale Caine non sono stati i soli a segnalare il paradosso di una campagna aerea che, mentre colpisce l’Iran, espone basi e alleati nella regione a rappresaglie proprio a causa della carenza di difese antimissile. L’inviato della Casa Bianca Steven Cheung ha ribadito la preferenza per una soluzione diplomatica, pur mantenendo «tutte le opzioni sul tavolo». Ma la finestra negoziale è stretta: la prevista visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Washington nei prossimi giorni aggiunge un ulteriore elemento di incertezza alla traiettoria del conflitto, mentre mediatori del Qatar e del Pakistan tentano di rilanciare un cessate il fuoco che appare ancora fragile e provvisorio.

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