
L'ondata del carry trade spacca i mercati emergenti: peso colombiano ai massimi da sette anni, rupia filippina ai minimi storici
I differenziali dei tassi e i prezzi del petrolio ridisegnano la mappa valutaria, con l'America Latina che calamita capitali e l'Asia sotto pressione.
Il peso colombiano ha infranto un nuovo soffitto, portandosi sui livelli che non si vedevano dal 2019 e segnando una rivalutazione del 20,6% in un anno. Nella stessa seduta, il peso filippino toccava invece il minimo storico di 61,847 contro il dollaro, indebolito dal costo delle importazioni energetiche e dalle tensioni tra Stati Uniti e Iran. Una forbice che rivela la frammentazione del panorama emergente: i paesi esportatori netti di materie prime beneficiano dell'impennata del greggio, mentre gli importatori asiatici pagano il conto dell'inflazione importata.
A Bogotá gli analisti spiegano la forza del peso con l'eccezionale ampiezza del differenziale di rendimento: il tasso di riferimento del Banco de la República si attesta al 12%, con l'attesa di un ultimo rialzo a 12,5% nella riunione del 31 luglio. Il volume degli scambi supera stabilmente i 1.300 milioni di dollari al giorno, sostenuto da un persistente flusso di vendita di valuta estera. Le istituzioni locali mettono però in guardia: il superintendente finanziario César Ferrari ha denunciato il rischio di una «distruzione dell'attività produttiva» a causa della continua rivalutazione, che erode la competitività delle esportazioni non petrolifere, dal caffè al manifatturiero.
Anche il real brasiliano e il peso messicano hanno chiuso la settimana in modesto rafforzamento, ma per ragioni diverse. In Brasile il cambio si è mantenuto intorno a 5,08 real per dollaro, con una flessione settimanale dello 0,58%, favorito dallo status di esportatore netto di greggio e dal carry trade. In Messico la moneta ha guadagnato lo 0,24% a 17,48 per dollaro, rassicurata dalla conferma che le nuove tariffe statunitensi – entrate in vigore venerdì – non modificano le condizioni di accesso preferenziale previste dal T-MEC. Su entrambi i mercati, tuttavia, l'escalation militare tra Washington e Teheran ha frenato l'appetito per il rischio, con gli investitori che hanno monitorato anche gli attacchi incrociati tra Russia e Ucraina e il possibile riavvicinamento diplomatico mediato da Pakistan e Cina.
Sul versante asiatico, il quadro rimane cupo. La rupia indonesiana è scivolata fino a sfiorare quota 18.000 per dollaro, appesantita dalla minaccia alle rotte di navigazione nello Stretto di Hormuz e dalla prospettiva di un rialzo dei noli e dei premi assicurativi. I trader guardano ora ai prossimi appuntamenti delle banche centrali, in particolare alla Federal Reserve e alla riunione di fine mese dell'istituto colombiano, per capire se i flussi di carry trade potranno reggere l'attuale mappa dei rendimenti o se lo schiacciamento dei differenziali innescherà un doloroso riassestamento delle valute emergenti.
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