
Scattano i dazi sul lavoro forzato, piccole imprese americane citano Trump in giudizio
Le tariffe del 10-12,5% colpiscono 60 economie, tra cui l’Unione europea. Mentre il Brasile minaccia ritorsioni, un’associazione legale contesta la legalità della misura alla Corte per il Commercio Internazionale.
Alle 00:01 di venerdì 25 luglio 2026 sono entrati in vigore i nuovi dazi statunitensi che colpiscono le importazioni da 60 economie, pari a circa il 99,4% del totale delle merci in ingresso negli Stati Uniti. Le aliquote, del 10% o del 12,5% a seconda della valutazione fatta dall’amministrazione sull’impegno di ciascun paese a vietare l’importazione di beni prodotti con lavoro forzato, sostituiscono il temporaneo prelievo globale del 10% in scadenza dopo la bocciatura, in febbraio, dei dazi “reciproci” da parte della Corte Suprema. L’effetto immediato è il mantenimento di una barriera tariffaria pressoché universale, ora fondata su un diverso fondamento giuridico: la Sezione 301 del Trade Act del 1974.
La nuova base legale, secondo gli analisti di Washington, è più solida di quella usata in precedenza, perché prevede indagini specifiche e autorizza esplicitamente il presidente a imporre dazi in risposta a pratiche commerciali sleali. Tuttavia, già nelle prime ore di applicazione, due piccole imprese – un importatore di spezie e un rivenditore di orologi – hanno presentato un ricorso alla Corte per il Commercio Internazionale di New York con il sostegno del Liberty Justice Center, lo stesso gruppo che aveva ottenuto la storica sentenza contro i dazi IEEPA. La tesi dei ricorrenti è che l’amministrazione abbia agito in modo “arbitrario e capriccioso”, imponendo aliquote quasi uniformi a 60 economie profondamente diverse senza motivare in modo sufficiente come le singole pratiche di ciascun paese danneggino il commercio americano. Non si tratterebbe, scrivono i legali, di un’analisi paese per paese, ma di un pretesto per aggirare la pronuncia della Corte Suprema.
Il fronte diplomatico ha reagito con durezza alle accuse di tolleranza verso il lavoro forzato. Il Brasile, colpito da un’aliquota del 12,5% che si somma a un precedente 25% su alcune categorie, ha definito la mossa “protezionismo commerciale mascherato da diritti umani” e ha annunciato ritorsioni e un ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio. L’Unione europea, sottoposta a un dazio del 10%, ha respinto le premesse dell’indagine, ma ha sottolineato come le nuove tariffe rispettino i massimali concordati nell’accordo commerciale con Washington. Per l’Italia, secondo le stime dei portavoce commerciali europei, l’impatto immediato è contenuto, poiché i beni italiani già godevano di fatto di un trattamento analogo sotto il regime temporaneo. Tuttavia, l’incertezza pesa su settori come l’agroalimentare e la meccanica strumentale.
Il destino giuridico dei nuovi dazi è incerto. Mentre alcuni esperti legali statunitensi ritengono che la Sezione 301 resista meglio in tribunale rispetto ai poteri di emergenza usati in precedenza, altri osservano che un’applicazione così estesa potrebbe essere interpretata come uno sviamento di potere. La Corte per il Commercio Internazionale dovrà ora esaminare il ricorso, mentre l’amministrazione difende la misura come la più ampia azione mai intrapresa contro lo sfruttamento del lavoro nella catena di fornitura globale.
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