
La campagna ucraina dei droni paralizza le raffinerie russe: razionamento in 53 regioni
Mentre Zelensky ordina attacchi preventivi, la raffineria di Mosca resterà ferma per sei mesi e Trump elogia la resistenza di Kiev.
L’intensificarsi degli attacchi con droni a lungo raggio da parte ucraina ha innescato la più grave crisi di carburante in Russia dall’inizio del conflitto. Secondo i dati raccolti da media indipendenti russi e confermati dall’Agenzia internazionale dell’energia, oltre il 20% della capacità di raffinazione del Paese è fuori servizio: la raffineria di Kapotnya, che da sola copriva più di un terzo del fabbisogno di Mosca e della regione circostante, resterà inattiva per almeno sei mesi a causa dei danni subiti in due incursioni ravvicinate. In almeno 53 regioni della Federazione, compresi i territori occupati dell’Ucraina e aree remote come l’Artico e la Siberia, sono state imposte restrizioni obbligatorie alla vendita di benzina e gasolio, mentre in Crimea le autorità insediate da Mosca hanno sospeso del tutto la distribuzione ai privati, limitando l’accesso ai soli servizi governativi essenziali.
La strategia di Kiev, illustrata dal presidente Volodymyr Zelensky con l’ordine di condurre «attacchi preventivi contro le strutture che la Russia utilizza per ampliare il proprio sforzo bellico», mira a interrompere le linee di rifornimento e a privare Mosca delle risorse necessarie a finanziare l’invasione. Secondo fonti dell’intelligence ucraina, i droni hanno colpito non solo raffinerie e depositi costieri, ma anche un grande impianto di trattamento del gas negli Urali e centri di comunicazione satellitare nella regione di Mosca, costringendo il Cremlino a dirottare sistemi di difesa aerea verso la capitale e il ponte di Kerch, snodo logistico cruciale per le forze russe in Crimea. Dal canto suo, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver intercettato centinaia di velivoli senza pilota, ma i governatori locali hanno confermato vittime civili e incendi in depositi di carburante, mentre il vicepremier Aleksandr Novak ha evocato la possibilità di un divieto di esportazione di diesel e persino di importazioni d’emergenza.
Sul piano diplomatico, il vertice del G7 in Francia ha segnato un parziale riallineamento delle posizioni occidentali. Secondo fonti dell’amministrazione statunitense, il presidente Donald Trump – che in passato aveva accusato Zelensky di non avere «le carte» per vincere – ha elogiato pubblicamente la «tenuta» e il «coraggio» del leader ucraino, e in privato lo avrebbe esortato ad agire con maggiore audacia. Bruxelles e diverse capitali europee, pur accogliendo con favore la rinnovata pressione su Mosca, restano preoccupate per le possibili ripercussioni sui mercati energetici globali: la Russia è il terzo produttore mondiale di petrolio e un’eventuale contrazione prolungata delle esportazioni potrebbe innescare rialzi dei prezzi che colpirebbero direttamente l’Italia e l’Europa, già alle prese con la volatilità delle forniture. La sospensione dei voli El Al tra Tel Aviv e Mosca, decisa per ragioni di sicurezza dopo gli attacchi a lungo raggio, testimonia l’instabilità crescente dello spazio aereo regionale.
Mentre la macchina bellica russa accusa il colpo, il dossier negoziale resta in stallo. Secondo gli analisti di Bruxelles, il Cremlino continua a esigere la cessione dell’intero Donbass, condizione inaccettabile per Kiev, e interpreta il mutamento di tono di Trump come una manovra dilatoria. La condanna a sette anni di carcere per il vicepresidente del partito liberale Jabloko, reo di aver diffuso «notizie false» sull’esercito, segnala un inasprimento della repressione interna. I prossimi passaggi concreti includono la conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina in corso a Danzica e l’atteso pronunciamento dell’amministrazione statunitense su nuove sanzioni al settore petrolifero russo, mentre l’Unione Europea valuta misure aggiuntive per contenere l’impatto della crisi sui propri approvvigionamenti energetici.
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