
L’accordo Trump-Iran divide l’America e inquieta il mondo
Firmato a Versailles un memorandum che sospende la guerra e riapre lo Stretto di Hormuz, ma le concessioni a Teheran scatenano i repubblicani e lasciano aperti tutti i nodi strategici.
La firma, a lume di candela nella reggia di Versailles, ha il sapore amaro dei compromessi storici. Donald Trump ha siglato con l’Iran un memorandum d’intesa in quattordici punti che congela il conflitto scoppiato il 28 febbraio, riapre lo Stretto di Hormuz e avvia un negoziato di sessanta giorni per un accordo definitivo. L’immagine, orchestrata da Emmanuel Macron a margine del G7, non ha però placato la bufera politica scatenatasi a Washington. Senatori repubblicani come Bill Cassidy hanno parlato di «peggiore errore di politica estera da decenni», evocando Ronald Reagan che si rivolta nella tomba; il presidente della Commissione Forze Armate Roger Wicker accusa l’intesa di «svendere i successi militari» americani. Trump ha replicato con la consueta veemenza sui social, bollando i critici come «invidiosi, cattivi o stupidi» e indicando i record di Borsa e il crollo del petrolio come prova di vittoria. Eppure, la ribellione interna al Partito Repubblicano – che pure aveva sostenuto la guerra – segnala una frattura profonda, aggravata dall’approssimarsi delle elezioni di midterm e dal peso economico del conflitto sulle famiglie americane.
Il testo, letto ai giornalisti ma non ancora pubblicato formalmente, rovescia la retorica della «resa incondizionata» che aveva accompagnato i bombardamenti di febbraio. Gli Stati Uniti si impegnano a rimuovere il blocco navale entro trenta giorni, a concedere immediatamente deroghe alle sanzioni petrolifere e a lavorare con i partner regionali a un fondo di almeno trecento miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran – denaro che, precisa la Casa Bianca, proverrà da investimenti privati e dai Paesi del Golfo, non dal contribuente americano. Teheran, dal canto suo, riafferma che non cercherà mai un’arma nucleare e accetta di diluire le scorte di uranio arricchito sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ma senza vincoli immediati sull’arricchimento o sui missili balistici. Rispetto all’accordo JCPOA del 2015, che Trump stracciò definendolo «orribile», questo memorandum rovescia la sequenza: prima gli sgravi economici, poi – forse – i limiti nucleari. Per gli analisti americani ed europei, è un capovolgimento che consegna a Teheran una vittoria strategica, restituendo a Washington poco più di ciò che già possedeva prima della guerra: uno stretto aperto e una promessa nucleare.
Le reazioni internazionali disegnano un quadro di scetticismo diffuso. Israele, che non ha firmato l’intesa, ha proseguito le operazioni contro Hezbollah in Libano, rivendicando la propria autonomia militare e minacciando di far deragliare la fragile tregua. In Europa, dove il caro-energia ha morso imprese e famiglie, la riapertura di Hormuz – da cui transitava un quinto del petrolio mondiale – è accolta con sollievo, ma gli osservatori di Bruxelles temono che la prospettiva di pedaggi iraniani dopo i sessanta giorni di gratuità possa creare un pericoloso precedente per la libertà di navigazione. L’Italia, che importa la quasi totalità del proprio fabbisogno energetico, vedrebbe un immediato beneficio dal calo dei prezzi del greggio, ma resta esposta a ogni nuova fiammata regionale. Da Pechino e Mosca si guarda con attenzione all’arretramento strategico americano: la Cina, primo acquirente del petrolio iraniano, consolida il proprio ruolo di mediatore ombra, mentre la Russia, pur impantanata in Ucraina, registra l’indebolimento della deterrenza statunitense in uno scacchiere cruciale.
Il vero banco di prova sarà il negoziato finale che si apre in Svizzera. In sessanta giorni – prorogabili – Washington e Teheran dovranno tradurre le vaghe intese in meccanismi verificabili su nucleare, sanzioni e amministrazione dello Stretto. La partita è carica di incognite: il regime iraniano, oggi guidato dal figlio dell’ayatollah Khamenei, considera il memorandum una legittimazione del proprio controllo sulla via d’acqua e difficilmente accetterà ispezioni intrusive o limiti permanenti all’arricchimento. Trump, dal canto suo, ha già avvertito che se l’Iran «non si comporterà bene» riprenderà i bombardamenti, ma ha anche ammesso che impedire a Teheran di possedere missili sarebbe «un po’ ingiusto». Questa oscillazione tra minacce e concessioni riflette la trappola che la Casa Bianca si è costruita: uscire da una guerra costosa senza poter rivendicare una vittoria netta, e con il rischio concreto che l’accordo finale si riveli, come già denunciano i falchi repubblicani, un piano Marshall per un regime che continua a scandire «Morte all’America».
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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I due accordi sono fondamentalmente diversi: il memorandum d'intesa di Trump è un quadro preliminare di 14 punti, non un accordo definitivo, mentre il JCPOA di Obama era un'intesa nucleare dettagliata e multilaterale. I critici sostengono che Trump abbia ottenuto meno e concesso di più, ma il confronto è ancora in evoluzione mentre i negoziati proseguono.
Nonostante le affermazioni di Trump, il nuovo accordo con l'Iran è nettamente più debole di quello del 2015 di Obama. Offre meno garanzie e maggiori concessioni, lasciando Teheran in una posizione più forte. Il confronto rivela un arretramento diplomatico anziché un miglioramento.
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