
Washington colpisce i vertici politici libanesi: sanzioni a Franjieh e Qmati per frenare Hezbollah
Il Tesoro USA sanziona il leader del Movimento Marada e il vicecapo del consiglio politico del Partito di Dio, accusati di ostacolare il disarmo e la pace.
Il Tesoro americano ha imposto giovedì sanzioni contro Suleiman Franjieh, capo del Movimento Marada e figura di spicco della comunità cristiana libanese, e Mahmoud Qmati, vicepresidente del consiglio politico di Hezbollah. Insieme a loro, Washington ha colpito una rete di individui e società di comodo attive in Libano, Siria, Iraq e Oman, già legate all’uomo d’affari sanzionato Alaa Hassan Hamieh. L’accusa è di aver usato la propria influenza per «ostacolare il processo di pace e ritardare il disarmo di Hezbollah». Il segretario al Tesoro Scott Bessent è stato netto: «Hezbollah deve disarmare perché il Libano possa avere un futuro sicuro e prospero». Le designazioni segnano un’estensione della pressione americana dal braccio militare a quello politico-finanziario del movimento sciita, con l’obiettivo di strangolarne le fonti di reddito e delegittimarne gli alleati interni.
Franjieh, erede di una dinastia politica del nord del Paese, era il candidato preferito da Hezbollah alla presidenza della Repubblica, vacante dal 2022. La sua sanzione, secondo analisti a Beirut, mira a spezzare il legame tra il partito armato e una parte del campo cristiano, isolando Hezbollah nel negoziato per la formazione di un nuovo governo. Qmati, invece, incarna il volto politico del movimento, responsabile di tessere alleanze e gestire il consenso. Colpire entrambi significa, nell’ottica di Washington, negare legittimità a chi trasforma il potere militare in rendita politica, prolungando la paralisi istituzionale libanese. La stessa giornata ha visto raid israeliani nel sud del Libano costare la vita a tre persone, un promemoria brutale della tensione che corre lungo la Linea Blu e che rende ancora più urgente – e più difficile – qualsiasi percorso di stabilizzazione.
Dall’Europa, e in particolare da Roma, lo sguardo è duplice. L’Italia guida il contingente UNIFIL e ha investito molto nella tenuta della fragile tregua con Israele; sanzioni che colpiscono figure politiche libanesi rischiano di incrinare il dialogo interconfessionale su cui poggia l’architettura di sicurezza regionale. Bruxelles, dal canto suo, mantiene una linea più sfumata: l’Unione Europea ha inserito nella lista nera solo l’ala militare di Hezbollah, mentre gli Stati Uniti non distinguono tra braccio armato e apparato politico. Questa asimmetria potrebbe complicare il coordinamento transatlantico, specie se le sanzioni toccheranno ulteriori esponenti del sistema bancario libanese, già sotto pressione per la crisi economica.
La mossa di Washington si inserisce in una campagna più ampia di strangolamento finanziario delle reti iraniane, che dal Libano si diramano verso Siria, Iraq e Golfo. I front company colpiti, attivi nel commercio di materiali edili e nel trasferimento di valuta, mostrano come Hezbollah abbia costruito un’economia parallela per finanziare le proprie milizie e il welfare clientelare. Tuttavia, la capacità di queste sanzioni di disarmare davvero il Partito di Dio resta dubbia: il movimento è profondamente radicato nel tessuto sociale sciita e gode di una rendita di posizione che nessuna misura finanziaria può smantellare in tempi brevi. Più che un colpo risolutivo, le designazioni appaiono come un avvertimento prolungato, destinato a logorare i ponti tra Hezbollah e il resto della classe politica libanese, mentre il Paese attende ancora un presidente e una via d’uscita dal default.
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Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a personalità libanesi accusate di ostacolare il processo di pace e ritardare il disarmo di Hezbollah. Il Dipartimento del Tesoro ha sottolineato che Hezbollah deve deporre le armi affinché il Libano possa raggiungere sicurezza e prosperità, e ha promesso di continuare a colpire le reti finanziarie del gruppo. Le misure sono presentate come un passo necessario per chiamare a rispondere coloro che minano lo Stato libanese.
I leader libanesi colpiti dalle sanzioni americane le giudicano irrilevanti, dichiarando che il loro unico 'crimine' è stare con il proprio popolo contro il nemico sionista che occupa la loro terra e uccide i loro cittadini. Insistono di essere per la pace ma contro la resa, e le sanzioni non fanno che rafforzare le loro convinzioni. La mossa è dipinta come un attacco alla resistenza e alla dignità nazionale.
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