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Geopolitica e Politicamartedì 30 giugno 2026

Teheran rivendica il controllo di Hormuz, il traffico riprende tra i timori di un pedaggio

Mentre le superpetroliere tornano a solcare lo Stretto dopo la tregua, l’Iran propone un accordo con l’Oman per la gestione del passaggio, minacciando di agire unilateralmente.

La ripresa del traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz si intreccia con una dichiarazione che alza la posta strategica: il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha affermato che Teheran intende negoziare con l’Oman un meccanismo congiunto per supervisionare il passaggio delle navi, ma è pronta ad agire unilateralmente se Mascate non mostrasse interesse. La presa di posizione arriva mentre, secondo i dati della società di intelligence marittima Windward, quasi la metà del traffico in entrata utilizza già un corridoio meridionale che costeggia la costa omanita, una rotta alternativa sviluppata da Washington e dai suoi alleati del Golfo per allontanare i mercantili dalla portata immediata delle forze iraniane. Dopo gli attacchi reciproci e il cessate il fuoco mediato, lunedì circa ventiquattro unità, tra cui petroliere e metaniere, hanno attraversato lo Stretto in entrambe le direzioni, segnalando una cauta normalizzazione.

Le posizioni dei protagonisti restano distanti. Secondo fonti vicine al Corpo delle guardie della rivoluzione, Teheran inquadra il pedaggio come compensazione per i servizi di sicurezza, sminamento e protezione ambientale offerti in una via d’acqua che definisce sotto la propria responsabilità. Il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, ha respinto l’impostazione: «La gestione dello Stretto funzionava bene prima del conflitto – ha dichiarato – perché dovremmo accettare ora un accordo inedito?». Da Washington, il presidente Trump ha escluso qualsiasi pedaggio, evocando la minaccia di un rinnovato intervento militare, mentre analisti della difesa statunitensi sottolineano che l’obiettivo iraniano non è chiudere il passaggio, ma renderlo commercialmente insostenibile attraverso premi assicurativi elevati, erodendo la libertà di navigazione senza uno scontro frontale.

La vicenda ha implicazioni che travalicano il Golfo. Secondo esperti di diritto marittimo con base a Bruxelles, un eventuale pedaggio unilaterale violerebbe l’articolo 26 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che vieta oneri sul semplice transito; Teheran, tuttavia, non ha mai ratificato la convenzione, e nemmeno Washington lo ha fatto, mentre l’Oman ne è parte. Il precedente inquieta le capitali europee: l’Italia, che importa una quota significativa di greggio e gas naturale liquefatto attraverso Hormuz, vedrebbe un aggravio dei costi energetici in un contesto già segnato dalla crisi del Mar Rosso. Più in generale, osservatori con sede a Ginevra avvertono che la monetizzazione di uno stretto naturale potrebbe riscrivere le regole del commercio globale, inducendo altri Stati rivieraschi – dalla Turchia all’Indonesia – a riconsiderare il valore strategico dei propri colli di bottiglia marittimi.

Il dossier è ora al centro dei colloqui di Doha, previsti questa settimana. L’intesa temporanea negoziata dopo il cessate il fuoco prevede un periodo di sessanta giorni senza pedaggi, ma il memorandum non garantisce che tale regime venga prorogato. Organi di stampa vicini ai pasdaran hanno presentato le revisioni dell’ultima ora – compresa la clausola sulla futura amministrazione dello Stretto – come vittorie negoziali di Teheran. Parallelamente, il corridoio meridionale continua a essere utilizzato, riducendo la leva strategica iraniana. I prossimi passi dipenderanno dalla capacità dei mediatori di conciliare la richiesta iraniana di un riconoscimento formale del proprio ruolo con la determinazione dei Paesi del Golfo e di Washington a preservare lo status quo ante.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa atlantica / anglosferaStampa europea continentale
Stampa atlantica / anglosfera/ Sicurezza
AllarmeScetticismo

L'Iran sta affermando in modo aggressivo il controllo sullo Stretto di Hormuz, usando attacchi e minacce per mantenere la propria leva strategica. Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno reagendo sviluppando rotte marittime alternative, ma le azioni di Teheran aumentano le tensioni e interrompono i flussi globali di petrolio. La situazione resta instabile alla vigilia di nuovi negoziati.

Stampa europea continentale
PragmatismoDistacco

Il corridoio marittimo alternativo al largo delle coste dell'Oman, pensato per aggirare le minacce iraniane, si sta rivelando rischioso dopo i recenti attacchi. I colloqui tra Iran e Oman sulla gestione dello stretto evidenziano la complessità di proteggere questo vitale passaggio. Lo stallo tra Teheran e Washington continua a mettere in pericolo la navigazione sicura.

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martedì 30 giugno 2026

Teheran rivendica il controllo di Hormuz, il traffico riprende tra i timori di un pedaggio

Mentre le superpetroliere tornano a solcare lo Stretto dopo la tregua, l’Iran propone un accordo con l’Oman per la gestione del passaggio, minacciando di agire unilateralmente.

La ripresa del traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz si intreccia con una dichiarazione che alza la posta strategica: il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha affermato che Teheran intende negoziare con l’Oman un meccanismo congiunto per supervisionare il passaggio delle navi, ma è pronta ad agire unilateralmente se Mascate non mostrasse interesse. La presa di posizione arriva mentre, secondo i dati della società di intelligence marittima Windward, quasi la metà del traffico in entrata utilizza già un corridoio meridionale che costeggia la costa omanita, una rotta alternativa sviluppata da Washington e dai suoi alleati del Golfo per allontanare i mercantili dalla portata immediata delle forze iraniane. Dopo gli attacchi reciproci e il cessate il fuoco mediato, lunedì circa ventiquattro unità, tra cui petroliere e metaniere, hanno attraversato lo Stretto in entrambe le direzioni, segnalando una cauta normalizzazione.

Le posizioni dei protagonisti restano distanti. Secondo fonti vicine al Corpo delle guardie della rivoluzione, Teheran inquadra il pedaggio come compensazione per i servizi di sicurezza, sminamento e protezione ambientale offerti in una via d’acqua che definisce sotto la propria responsabilità. Il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, ha respinto l’impostazione: «La gestione dello Stretto funzionava bene prima del conflitto – ha dichiarato – perché dovremmo accettare ora un accordo inedito?». Da Washington, il presidente Trump ha escluso qualsiasi pedaggio, evocando la minaccia di un rinnovato intervento militare, mentre analisti della difesa statunitensi sottolineano che l’obiettivo iraniano non è chiudere il passaggio, ma renderlo commercialmente insostenibile attraverso premi assicurativi elevati, erodendo la libertà di navigazione senza uno scontro frontale.

La vicenda ha implicazioni che travalicano il Golfo. Secondo esperti di diritto marittimo con base a Bruxelles, un eventuale pedaggio unilaterale violerebbe l’articolo 26 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che vieta oneri sul semplice transito; Teheran, tuttavia, non ha mai ratificato la convenzione, e nemmeno Washington lo ha fatto, mentre l’Oman ne è parte. Il precedente inquieta le capitali europee: l’Italia, che importa una quota significativa di greggio e gas naturale liquefatto attraverso Hormuz, vedrebbe un aggravio dei costi energetici in un contesto già segnato dalla crisi del Mar Rosso. Più in generale, osservatori con sede a Ginevra avvertono che la monetizzazione di uno stretto naturale potrebbe riscrivere le regole del commercio globale, inducendo altri Stati rivieraschi – dalla Turchia all’Indonesia – a riconsiderare il valore strategico dei propri colli di bottiglia marittimi.

Il dossier è ora al centro dei colloqui di Doha, previsti questa settimana. L’intesa temporanea negoziata dopo il cessate il fuoco prevede un periodo di sessanta giorni senza pedaggi, ma il memorandum non garantisce che tale regime venga prorogato. Organi di stampa vicini ai pasdaran hanno presentato le revisioni dell’ultima ora – compresa la clausola sulla futura amministrazione dello Stretto – come vittorie negoziali di Teheran. Parallelamente, il corridoio meridionale continua a essere utilizzato, riducendo la leva strategica iraniana. I prossimi passi dipenderanno dalla capacità dei mediatori di conciliare la richiesta iraniana di un riconoscimento formale del proprio ruolo con la determinazione dei Paesi del Golfo e di Washington a preservare lo status quo ante.

Divergenza delle fonti

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

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AllarmeScetticismo

L'Iran sta affermando in modo aggressivo il controllo sullo Stretto di Hormuz, usando attacchi e minacce per mantenere la propria leva strategica. Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno reagendo sviluppando rotte marittime alternative, ma le azioni di Teheran aumentano le tensioni e interrompono i flussi globali di petrolio. La situazione resta instabile alla vigilia di nuovi negoziati.

Stampa europea continentale
PragmatismoDistacco

Il corridoio marittimo alternativo al largo delle coste dell'Oman, pensato per aggirare le minacce iraniane, si sta rivelando rischioso dopo i recenti attacchi. I colloqui tra Iran e Oman sulla gestione dello stretto evidenziano la complessità di proteggere questo vitale passaggio. Lo stallo tra Teheran e Washington continua a mettere in pericolo la navigazione sicura.

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