
Stretto di Hormuz, crolla il traffico navale dopo nuovi scontri: l’intesa Usa-Iran vacilla
Dopo il picco di 70 transiti mercantili, gli attacchi del fine settimana hanno ridotto a 12 i passaggi domenicali, mentre restano incerte le sorti del memorandum d’intesa.
Il traffico mercantile attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato nell’ultimo fine settimana, passando dai 70 transiti di merci registrati mercoledì scorso – il livello più alto dall’inizio del conflitto – a soli 12 passaggi domenica, secondo i dati della società di tracciamento marittimo Kpler. La brusca frenata segue il colpo subito da una nave commerciale sabato e un nuovo scambio di attacchi tra Stati Uniti e Iran, che ha messo a dura prova il memorandum d’intesa firmato il 15 giugno per riaprire la via d’acqua strategica.
L’intesa, che prevede l’impegno di Teheran a garantire il passaggio sicuro delle navi senza pedaggi per 60 giorni e l’avvio di colloqui con l’Oman sulla futura gestione dello Stretto, è interpretata in modo divergente dalle capitali. Secondo fonti diplomatiche occidentali, Washington considera Hormuz un passaggio internazionale e ha avvertito che non accetterà alcuna tassa di transito. Teheran, al contrario, insiste su un corridoio autorizzato sotto controllo iraniano, respingendo le rotte alternative – come quella meridionale vicina alla costa omanita – e ventilando l’introduzione di «tariffe di servizio» una volta scaduto il periodo di gratuità. Muscat, che inizialmente aveva discusso con l’Iran i costi di gestione, ha poi aperto un corridoio temporaneo coordinato con le Nazioni Unite, mossa subito rigettata da Teheran.
La frammentazione delle rotte – con poche navi che osano il canale mediano raccomandato dall’Organizzazione marittima internazionale a causa del pericolo mine – e l’incertezza normativa stanno frenando il ritorno alla normalità. Secondo analisti del settore, anche in caso di tenuta dell’accordo, i transiti resteranno a lungo inferiori alla metà dei livelli prebellici, quando quotidianamente attraversavano lo Stretto tra 130 e 140 navi. Per l’Italia e l’Europa, che dipendono da Hormuz per una quota significativa degli approvvigionamenti di petrolio e gas naturale liquefatto, il perdurare della crisi si traduce in un rischio concreto per la sicurezza energetica e in pressioni al rialzo sui prezzi, come segnalato dal lieve incremento del Brent.
Sul fronte diplomatico, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato su Truth Social un incontro a Doha per martedì, ma Teheran ha smentito che siano in programma colloqui diretti. Fonti vicine al dossier riferiscono di contatti tecnici indiretti in corso, mentre l’Iran ha tenuto una prima riunione del Comitato congiunto con l’Oman per discutere la gestione futura dello Stretto. La prossima verifica della tenuta dell’intesa è attesa nei prossimi giorni, con l’attenzione dei mercati e delle cancellerie europee puntata sulla capacità delle parti di evitare nuove escalation che possano interrompere ulteriormente i flussi energetici globali.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran è messa a dura prova da nuovi attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz, con un crollo del traffico commerciale che riaccende i timori per la sicurezza della via d'acqua. Gli armatori mostrano crescente cautela e l'ennesimo scambio di colpi rivela quanto sia precaria la stabilità in questo collo di bottiglia petrolifero. La ripresa degli scontri sottolinea la volontà di Teheran di affermare il proprio controllo e il rischio concreto di un'escalation fuori controllo.
Il traffico attraverso Hormuz è calato bruscamente dopo che una nave è stata colpita, ma i canali diplomatici regionali restano attivi, con Iran e Oman che discutono la gestione dello stretto. Il declino evidenzia la fragilità dell'intesa tra Washington e Teheran, tuttavia si respira un cauto ottimismo sul fatto che il dialogo possa scongiurare un collasso totale. Gli Stati del Golfo seguono l'evolversi della situazione con attenzione, bilanciando allarme e pragmatismo.
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