
Il fossile dimenticato e i musei che riscrivono il passato
Un osso di titanosauro riemerge dopo quarant'anni in un cassetto, mentre Stoccolma, Canberra e Washington ripensano le proprie collezioni tra restituzioni culturali e nuove narrazioni.
Un frammento di coda di titanosauro, raccolto nel 1985 sull'Isola di James Ross in Antartide e finito in un archivio geologico del British Antarctic Survey, è stato identificato solo ora come il primo fossile di dinosauro mai rinvenuto sul continente bianco. La scoperta, pubblicata su «Acta Palaeontologica Polonica», cambia lo stato delle conoscenze paleontologiche antartiche: il reperto, una vertebra di circa dieci centimetri, apparteneva a un erbivoro di circa sette metri, probabilmente giovane, vissuto 82 milioni di anni fa in un ambiente allora coperto da foreste. Il geologo Mike Thomson, scomparso nel 2020, lo aveva catalogato genericamente come rettile di grandi dimensioni; la rilettura del paleontologo Mark Evans e la conferma del professor Paul Barrett del Natural History Museum di Londra hanno restituito al fossile la sua identità, dimostrando come le collezioni storiche possano ancora riservare sorprese scientifiche.
La revisione critica dei patrimoni museali non è solo paleontologica. Al Museo Etnografico di Stoccolma, tre donne del popolo Jirrbal, provenienti dal Queensland nord-orientale, stanno esaminando oggetti e fotografie raccolti dallo zoologo svedese Eric Mjöberg durante le sue spedizioni degli anni Dieci. La collaborazione, che include la recente acquisizione dell'archivio personale di Mjöberg da un'istituzione californiana, è parte dei preparativi per una nuova mostra permanente sul colonialismo svedese, in apertura a dicembre. Per le rappresentanti Jirrbal, la visione dei manufatti – in parte sottratti, ma conservati in condizioni eccezionali – suscita emozioni contrastanti: da un lato la ferita della sottrazione, dall'altro la possibilità di recuperare tecniche artigianali perdute e di documentare una lingua, il jirrbal, oggi a rischio di estinzione.
Sull'altro emisfero, il National Museum of Australia di Canberra inaugura il 1° luglio la mostra «Antarctica», con oltre duecento oggetti della National Antarctic Heritage Collection, molti mai esposti prima. Veicoli cingolati, slitte, diari e la giacca gialla di Diana Patterson, prima donna a dirigere una stazione antartica australiana, raccontano oltre un secolo di esplorazione, mentre la climatologa Nerilie Abram ricorda come l'Antartide sia «un sistema d'allarme per il nostro futuro». A Washington, il nuovo National Geographic Museum of Exploration, aperto il 26 giugno dopo un investimento di trecento milioni di dollari, trasforma il visitatore in esploratore con installazioni immersive, un teatro a 270 gradi e l'archivio fotografico di Joel Sartore, con l'obiettivo dichiarato di ispirare la protezione della natura.
Queste iniziative, pur nella loro diversità, segnalano un mutamento nella funzione del museo: da deposito statico a laboratorio di rilettura critica del passato. A Stoccolma il processo è dichiaratamente decoloniale; a Canberra e Washington la narrazione unisce storia, scienza e attivismo climatico; a Cambridge la riscoperta del fossile antartico mostra come la ricerca di base possa ridefinire la mappa della vita preistorica. Il prossimo appuntamento concreto sarà l'apertura della mostra svedese a dicembre, mentre la mostra antartica di Canberra resterà visitabile fino all'11 ottobre, offrendo un banco di prova per un modello museale che ambisce a coniugare memoria, conoscenza e consapevolezza ambientale.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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I musei etnografici europei stanno affrontando il loro passato coloniale con un misto di disagio e pragmatismo. Una nuova mostra a Stoccolma, realizzata con la collaborazione di rappresentanti indigeni australiani, cerca di gettare luce su collezioni controverse accumulate durante l'epoca coloniale. L'iniziativa rivela quanto sia complesso e doloroso il processo di decolonizzazione delle istituzioni culturali.
L'Antartide viene celebrata come un patrimonio di esplorazione e resistenza umana, con una delle più grandi collezioni mai esposte in Australia. La mostra mette in luce oltre un secolo di imprese antartiche, presentando per la prima volta al pubblico centinaia di reperti. L'accento è posto sullo sforzo collettivo e sull'eredità scientifica, senza alcun riferimento a controversie coloniali.
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