
La Corte Suprema decide sul diritto di cittadinanza per nascita, cardine dell’America dello ius soli
Attesa oggi la sentenza sul caso Trump v. Barbara, insieme a quelle sugli atleti transgender e sul finanziamento elettorale, a chiusura di un mandato che ha già ampliato i poteri presidenziali.
La Corte Suprema degli Stati Uniti si appresta a depositare oggi le ultime sentenze della sessione, con al centro il tentativo dell’amministrazione Trump di limitare la cittadinanza automatica per chi nasce sul suolo americano. Il caso Trump v. Barbara, originato dal ricorso di una donna honduregna residente in New Hampshire, mette in discussione l’interpretazione consolidata del XIV Emendamento, che dal 1868 garantisce la cittadinanza a «tutte le persone nate […] e soggette alla giurisdizione» degli Stati Uniti. Secondo i giudici che hanno bloccato l’ordine esecutivo in primo grado, la formulazione è «palesemente incostituzionale», mentre per l’esecutivo la clausola «soggette alla giurisdizione» escluderebbe i figli di immigrati irregolari o con visti temporanei, ritenuti non pienamente sottoposti alla sovranità federale.
La linea dell’amministrazione, illustrata durante le udienze di aprile, punta a scardinare un principio che a Washington viene descritto come un incentivo all’immigrazione clandestina e al cosiddetto «turismo delle nascite». Il presidente Trump, intervenuto personalmente in aula – una presenza senza precedenti per un capo dello Stato – ha definito lo ius soli una «truffa» che premia i «furbi» a spese dei cittadini americani. Sul fronte opposto, l’American Civil Liberties Union e numerosi Stati governati dai democratici sostengono che la storia del XIV Emendamento, nato per dare cittadinanza agli ex schiavi dopo la Guerra Civile, e la giurisprudenza della stessa Corte (dal caso Wong Kim Ark del 1898) non lasciano spazio a distinzioni basate sullo status migratorio dei genitori. Durante la discussione orale, diversi giudici, compresi alcuni di nomina repubblicana, hanno mostrato scetticismo verso la tesi restrittiva, segnalando la possibile tenuta del precedente.
La decisione attesa oggi non è isolata. La Corte chiude un mandato in cui ha già riconosciuto al presidente il potere di licenziare i vertici delle agenzie federali indipendenti, rovesciando un precedente del 1935, ma ha anche bloccato il licenziamento di un governatore della Federal Reserve, Lisa Cook, e ha confermato, con una sentenza scritta dalla giudice Barrett, la validità del voto per corrispondenza in alcuni Stati. Accanto alla cittadinanza per nascita, i giudici si pronunciano sul divieto per atlete transgender di competere in squadre femminili scolastiche e universitarie, introdotto da Idaho e West Virginia, e sui limiti federali al coordinamento tra partiti e candidati nella spesa elettorale. Per gli osservatori di Bruxelles, l’esito del caso sulla cittadinanza avrà un’eco che supera i confini americani: in un’Europa a prevalenza di ius sanguinis, dove paesi come l’Italia legano la cittadinanza alla discendenza e solo di recente hanno avviato dibattiti su forme di ius soli temperato, la sentenza potrebbe rafforzare le posizioni di chi si oppone a ogni allargamento del criterio territoriale.
Qualunque sia il tenore della pronuncia – ampia sul piano costituzionale o più circoscritta su basi statutarie – essa inciderà sulla condizione giuridica di centinaia di migliaia di neonati ogni anno e ridisegnerà il perimetro del potere presidenziale in materia di immigrazione. La Corte depositerà le opinioni a partire dalle 10 del mattino ora di Washington, chiudendo una sessione che ha già ridefinito gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e autorità indipendenti.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La Corte Suprema chiude la sessione con sentenze sulla cittadinanza per nascita e sul divieto per atleti transgender, due temi che mettono alla prova i limiti del potere presidenziale e la tradizione costituzionale. Il caso sulla cittadinanza automatica mette in discussione un'interpretazione consolidata da 150 anni del XIV emendamento, mentre quello sugli atleti transgender tocca la legge federale antidiscriminazione. La maggioranza conservatrice ha per lo più sostenuto il presidente in questa sessione, ma la divisione 5-4 di lunedì sul voto per corrispondenza mostra che la Corte non è un blocco uniforme.
La Corte Suprema degli Stati Uniti sta per decidere se porre fine alla cittadinanza automatica per chi nasce sul suolo americano, come pretende il presidente Trump. La decisione arriva dopo una giornata in cui la Corte ha inflitto a Trump tre sconfitte e una sola vittoria, sottolineando l'attrito tra Casa Bianca e magistratura. Lo storico principio dello ius soli, pilastro dell'identità americana, è ora in bilico e rischia di privare dei diritti milioni di famiglie immigrate.
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