
Stretto di Hormuz sotto assedio: gli Stati Uniti riattivano il blocco navale, l’Iran risponde colpendo basi alleate
Mentre Washington lancia una nuova ondata di raid e ripristina l’embargo marittimo, Teheran dichiara chiuso il passaggio strategico e attacca installazioni militari in Kuwait, Bahrein e Giordania, affossando l’intesa di giugno.
Con una mossa che ridisegna gli equilibri del Golfo, gli Stati Uniti hanno riattivato martedì sera il blocco navale contro i porti iraniani, accompagnandolo con una quarta notte consecutiva di bombardamenti su decine di obiettivi militari nei pressi dello Stretto di Hormuz e lungo la fascia costiera della Repubblica islamica. Secondo il Comando centrale americano (Centcom), oltre venti navi da guerra e centinaia di velivoli stanno operando in teatro per interdire il traffico mercantile da e per l’Iran, mentre caccia, droni e unità di superficie hanno colpito per sette ore siti missilistici, capacità navali e sistemi di difesa costiera. L’operazione, ordinata dal presidente Trump, segna la fine della tregua raggiunta ad aprile e formalizzata il 17 giugno con una memorandum d’intesa mediato dal Pakistan, che aveva sospeso un primo embargo durato due mesi.
La reazione di Teheran è stata immediata e su più fronti. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso «fino a quando gli Stati Uniti non cesseranno le loro azioni aggressive», e hanno lanciato missili da crociera contro un centro logistico americano a Mina Abdullah in Kuwait, droni e missili contro installazioni della Quinta Flotta in Bahrein, e velivoli senza pilota verso la base giordana di al-Azraq, dove le difese aeree di Amman hanno intercettato tre missili balistici. Fonti ufficiali iraniane descrivono il blocco navale come un «atto di guerra» che vanifica l’intesa di giugno, mentre il vice ministro degli Esteri Kazzem Gharibabadi ha dichiarato che la decisione americana «ha di fatto compromesso il memorandum». Nell’ottica di Washington, invece, l’offensiva è una risposta agli attacchi deliberati contro sette navi mercantili nell’ultima settimana, che secondo il comandante del Centcom, ammiraglio Brad Cooper, avrebbero causato una dozzina di vittime civili tra gli equipaggi.
Le implicazioni per la sicurezza energetica globale sono immediate. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa di gas naturale liquefatto destinato ai mercati asiatici ed europei. L’interruzione della navigazione, unita al rischio di estensione del conflitto alle infrastrutture petrolifere iraniane – Trump ha minacciato di colpire centrali elettriche e ponti la prossima settimana se Teheran non tornerà al tavolo negoziale – sta già innescando un’impennata dei prezzi sui mercati internazionali. Per l’Italia, che importa via mare la quasi totalità del proprio fabbisogno energetico e che ha diversificato le forniture di gas proprio verso il Qatar e altri produttori del Golfo, uno shock prolungato comporterebbe un aggravio dei costi industriali e un nuovo stress sulle famiglie, in un contesto già segnato dall’inflazione. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione» per le conseguenze socioeconomiche e umanitarie del blocco, ricordando che lo Stretto è un’arteria vitale per l’approvvigionamento di cibo, medicine e beni essenziali a milioni di persone.
La crisi attuale affonda le radici nel fallimento del percorso diplomatico avviato in primavera. Dopo l’ondata iniziale di raid americani e israeliani di fine febbraio, la tregua di aprile aveva aperto una finestra di sessanta giorni per negoziare un accordo permanente e affrontare il dossier nucleare iraniano. Quel calendario è ormai saltato, e con esso la prospettiva di un raffreddamento. Secondo analisti europei, la riapertura del blocco navale e l’estensione dei bombardamenti rischiano di trascinare l’intera regione in una spirale fuori controllo, con gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo esposti a ritorsioni e la Cina, primo acquirente del greggio iraniano, che osserva con crescente irritazione la minaccia alle proprie catene di approvvigionamento. Trump, dopo aver ventilato l’imposizione di una tassa del 20% sul transito delle merci, ha fatto marcia indietro, dichiarando di voler siglare accordi commerciali e di investimento con i Paesi del Golfo. Ma sul terreno, l’unica certezza è che le operazioni militari «continueranno finché non dirò basta», come ha ribadito il presidente americano, lasciando presagire un’ulteriore escalation nei prossimi giorni.
| Stampa iraniana e affini | −0.80 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.10 | neutral |
| Stampa del Golfo arabo | +0.20 | neutral |
L'Iran denuncia l'aggressione terroristica americana e rivendica la propria sovranità sullo Stretto di Hormuz.
Utilizzo di un linguaggio fortemente connotato ('centro di comando terroristico') per delegittimare l'avversario e presentare le azioni USA come illegittime.
Non menziona le accuse statunitensi di attacchi iraniani a navi commerciali, che costituiscono la giustificazione ufficiale per il blocco.
Gli Stati Uniti ripristinano il blocco navale e colpiscono obiettivi iraniani per proteggere la navigazione commerciale nel Golfo.
Presentazione dei fatti attraverso comunicati ufficiali statunitensi senza contestualizzazione critica, normalizzando l'azione militare come risposta difensiva.
Tace le obiezioni iraniane e la caratterizzazione delle azioni USA come aggressione, presentando solo la versione statunitense.
Gli Stati del Golfo riferiscono l'imposizione del blocco navale americano e le nuove sanzioni, allineandosi alla posizione di Washington.
Adozione di un tono descrittivo che riporta le dichiarazioni USA senza metterle in discussione, implicando un'accettazione della leadership americana nella regione.
Non include la prospettiva iraniana né le critiche alla legittimità del blocco, presentando l'azione come un fatto compiuto.
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