
La giacca portafortuna e il rito del divano: perché Milei non va alla finale
Il presidente argentino rinuncia al palco d'onore con Trump e il re di Spagna per non infrangere le 'cábalas', le superstizioni che in Argentina trasformano ogni tifoso in un ingranaggio del destino.
Nella sala cinema della residenza presidenziale di Olivos, a Buenos Aires, il freddo dell'inverno australe si insinua senza che il riscaldamento venga acceso. Javier Milei, presidente dell'Argentina, segue le partite del Mondiale avvolto in una giacca pesante della compagnia petrolifera YPF. Contro la Svizzera, nei quarti di finale, il caldo si fa sentire: se la toglie. Pochi istanti dopo, la sua nazionale subisce un gol. Milei la indossa di nuovo e non la toglierà più. È un gesto minimo, quasi intimo, che però racchiude una cosmogonia.
Per questo, ha annunciato, non volerà a New York per la finale contro la Spagna. Non siederà accanto a Donald Trump e a re Felipe VI, che hanno già confermato la loro presenza al MetLife Stadium. «In nessun caso» spezzerà il rituale che lo ha visto seguire tutte e sette le partite precedenti – tutte vittorie – dallo stesso schermo, con la stessa giacca, accanto alla sorella Karina. La sua non è una scelta politica, ma l'adesione a una grammatica collettiva che in Argentina ha un nome: *cábala*.
Le *cábalas* sono molto più che semplici superstizioni. Sono un sistema di gesti, abitudini e divieti che trasforma ogni argentino in un officiante del destino della *Albiceleste*. C'è chi indossa la stessa maglia per tutto il torneo senza lavarla, chi si siede sempre nello stesso punto del divano, chi è costretto a restare in bagno se la squadra segna mentre è lì. Circola il video di un gruppo di tifosi che ha cominciato a leggere la Bibbia proprio mentre l'Argentina segnava all'Egitto, e da allora lo ha fatto a ogni partita. Nei freezer di migliaia di case, figurine e foglietti con i nomi degli avversari giacciono congelati, in un esorcismo domestico contro la sconfitta. La tradizione presidenziale, del resto, ha un precedente scolpito nella memoria: nel 1990 Carlos Menem andò a trovare la squadra prima dell'esordio, e l'Argentina perse contro il Camerun. Menem fu bollato come *mufa*, iettatore. Da allora, nessun capo di Stato in carica ha più assistito a una partita della nazionale.
In questa liturgia laica, il confine tra spettatore e protagonista si dissolve. Come ha spiegato il sociologo Diego Murci, gli argentini non si sentono semplici tifosi, ma parte attiva dell'evento, convinti che i loro gesti possano propiziare la vittoria o allontanare la malasorte. Così, mentre a New York i leader mondiali occuperanno i posti d'onore, a Buenos Aires il presidente resterà nella sua sala buia, con la giacca della YPF addosso, a compiere il rito. E con lui, milioni di connazionali, ciascuno nel proprio angolo sacro, continueranno a non muoversi, a non lavare, a congelare, a pregare. Perché in Argentina, quando la palla rotola, anche il presidente è solo un tifoso che ha paura di rompere l'incantesimo.
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Milei non rompe la tradizione: la cábala è sacra, e la finale si vive da Olivos con la giacca portafortuna.
Il racconto normalizza la superstizione inserendola nel contesto della passione calcistica argentina, usando le stesse parole del presidente per renderlo simpatico e vicino al tifoso.
Viene omesso qualsiasi accenno a critiche o a una possibile irrazionalità della decisione, che potrebbe far apparire il presidente meno serio.
Il presidente argentino mostra una superstizione irrazionale rifiutandosi di viaggiare per la finale.
Il resoconto usa l'etichetta 'superstitieux' per criticare sottilmente, implicando che un leader dovrebbe essere razionale e non governato da tali credenze.
Il dettaglio umoristico sul sudare e il contesto culturale della cábala come pratica comune sono omessi, rendendo la decisione più eccentrica.
Il presidente argentino spiega la sua scelta di non partecipare alla finale per superstizione, un fatto curioso ma non rilevante.
La storia presenta la decisione come una spiegazione diretta senza commento, facendola sembrare poco rilevante e non degna di nota.
La normalizzazione culturale della cábala e i commenti umoristici del presidente sono omessi, privando la storia del suo colore locale.
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