
Stati Uniti e Iran, escalation nello Stretto di Hormuz: Trump minaccia la fine della Repubblica Islamica
Nuovi raid americani su infrastrutture militari iraniane dopo il secondo attacco a petroliere in quarantotto ore, mentre il presidente avverte che Teheran potrebbe «cessare di esistere».
Le forze armate statunitensi hanno condotto per il secondo giorno consecutivo attacchi aerei contro obiettivi iraniani nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, colpendo depositi di missili e droni, radar costieri e infrastrutture di sorveglianza. Il presidente Donald Trump, in un messaggio sulla piattaforma Truth Social, ha dichiarato che se gli Stati Uniti fossero «costretti a completare militarmente il lavoro», la Repubblica Islamica dell’Iran «cesserà di esistere». L’operazione, ordinata dopo che un drone d’attacco unidirezionale ha colpito la petroliera M/T Kiku battente bandiera panamense, segna il più grave collasso della tregua provvisoria siglata il 17 giugno tra Washington e Teheran.
Secondo fonti del Comando Centrale statunitense (CENTCOM), i raid di sabato hanno preso di mira sistemi di comunicazione, difesa aerea, stoccaggio di droni e capacità di lancio di mine, in risposta a quella che viene definita una «continua aggressione iraniana contro il trasporto marittimo commerciale». Da parte iraniana, la televisione di Stato ha riferito esplosioni nel sud del Paese senza fornire dettagli, mentre la Guardia Rivoluzionaria ha rivendicato il lancio di «colpi di avvertimento» contro imbarcazioni che tentavano di attraversare lo stretto senza autorizzazione. Il Bahrein, che ospita una base militare americana, ha denunciato un attacco con droni iraniani sul proprio territorio, qualificandolo come violazione della sovranità nazionale.
La crisi si inserisce in una competizione per il controllo della rotta energetica più strategica del pianeta, da cui transita quotidianamente circa un quinto del petrolio mondiale. Secondo analisti di Bruxelles, il ripetuto blocco e la riapertura condizionata del corridoio stanno generando un’incertezza che si riflette direttamente sui mercati energetici europei: il prezzo del greggio, sceso nelle ultime due settimane grazie alla parziale ripresa dei transiti, è nuovamente esposto a shock rialzisti. Per l’Italia, che importa via mare una quota rilevante del proprio fabbisogno energetico, il protrarsi dell’instabilità nello Stretto di Hormuz rappresenta un fattore di vulnerabilità immediata, con possibili ripercussioni sui costi di raffinazione e sui listini alla pompa.
L’accordo provvisorio del 17 giugno, un memorandum d’intesa in quattordici punti, aveva avviato un periodo di sessanta giorni per negoziare un’intesa definitiva su navigazione, sanzioni e programma nucleare. Washington accusa Teheran di aver violato il cessate il fuoco attaccando prima la portacontainer Ever Lovely e poi la petroliera Kiku, mentre l’Iran sostiene di esercitare un diritto sovrano sul corridoio marittimo e accusa gli Stati Uniti di non aver rispettato l’impegno a fermare le operazioni militari in Libano. Il vicepresidente americano J.D. Vance ha ribadito che «la violenza sarà affrontata con la violenza», ma ha lasciato aperta la via diplomatica: «Se hanno disaccordi sull’applicazione del memorandum, possono alzare il telefono». Al momento, il dossier resta in bilico tra la prosecuzione dei colloqui e il rischio di un’estensione del conflitto, con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che segue gli sviluppi senza ancora aver calendarizzato una sessione straordinaria.
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